“Analisi” Il centro-destra fa quadrato, il centro-sinistra no – di S.Soave

24/10/2002


ItaliaOggi (Economia e Politica)
Numero
252, pag. 5 del 24/10/2002
Sergio Soave



Lo stato delle coalizioni riflette la base sociale.

Il centro-destra fa quadrato, il centro-sinistra no

Le tensioni, anche assai colorite, che si sono registrate nella maggioranza alla vigilia della discussione della legge finanziaria, si vanno lentamente ricomponendo, mentre quelle emerse nell’opposizione, ed esplose nel voto sugli alpini, sembra si vadano cristallizzando.

Naturalmente la maggioranza, che ha l’obbligo di trovare soluzioni di governo, è facilitata dalla sua stessa responsabilità. Portare fino alle estreme conseguenze un atteggiamento di dissenso porterebbe, infatti, verso una crisi di governo che nessuno vuole. Dall’opposizione, invece, si può insistere su posizioni particolari senza che ciò abbia conseguenze immediate particolarmente nefaste.

Si può però individuare nel processo di tendenziale ricompattamento delle posizioni nel centro-destra qualcosa di più di uno stato di necessità. Le posizioni divaricate rappresentavano, infatti, anche l’espressione in termini politici di disagi e contrarietà emerse tra le forze sociali che costituiscono il blocco di consenso al centro-destra.

Le proteste di Confindustria contro il governo Robin Hood e le critiche concentrate sulla riduzione delle provvidenze per il Mezzogiorno da una parte, la riproposizione di un orgoglio nordista sollecitato anche dagli effetti in parte inattesi della legge sull’immigrazione e soprattutto dalla regolarizzazione che ne è parte integrante, dall’altra, hanno messo sotto sforzo la tenuta di quel blocco.

L’intervento di Gianfranco Fini, criticato dal capogruppo leghista Alessandro Cè, ma sostenuta con vigore dal ministro del welfare Roberto Maroni, ha spostato la contesa dal terreno delle affermazioni di principio a quello della contrattazione del testo dell’emendamento governativo, e ciò ha avviato la pacificazione interna.

Intanto Confindustria, ottenuta una parte di quel che aveva richiesto, ha smesso di usare toni apocalittici, mentre gli amministratori nordisti cominciano a porsi in modo razionale i problemi dell’immigrazione.

Il presidente del Veneto vuole finanziare chi ha bisogno dell’assistenza delle badanti, quasi tutte immigrate, quello della Liguria ha deciso stanziamenti per agevolare l’integrazione degli immigrati, mentre gli amministratori del Nordest partono per un viaggio in Francia e in Germania per studiare come in quei paesi siano stati affrontati i problemi dell’accoglienza.

Per il Mezzogiorno, contemporaneamente, il ministro dell’economia Giulio Tremonti, difeso a spada tratta da Umberto Bossi, sostiene di aver reperito risorse ´senza precedenti’ e ciò dovrebbe consolidare la presenza del centro-destra ormai maggioritaria nelle regioni del Sud. È probabile che l’ostilità che cova sotto la cenere fra i postdemocristiani e i leghisti (talora sostenuti dalla destra e talora no) troverà ancora modo per esprimersi in qualche fiammata.

Ma se la base sociale del centro-destra non fornirà alimento a queste contrapposizioni, se cioè la radicalizzazione del ceto medio produttivo rientrerà nei canoni tradizionali della rappresentanza di interessi uscendo dalle aspirazioni palingenetiche o rivoluzionarie, esse resteranno nell’ambito della normale dialettica interna a ogni coalizione composita.

Nel centro-sinistra la situazione è più complicata, più o meno per le stesse ragioni. La divisione delle confederazioni sindacali e la permanente radicalizzazione a sinistra di settori di massa dei ceti medi burocratici e intellettuali, quello che Massimo D’Alema chiama il ´populismo di sinistra’, ostacolano la ricomposizione delle divergenze nell’Ulivo e nel complesso dell’opposizione di centro-sinistra.

Non si tratta di fenomeni nuovi. Essi erano già presenti anche durante il quinquennio di governi dell’Ulivo, durante i quali è maturata la differenziazione fra la Cgil e le altre confederazioni e non è mancata la presenza di spinte pacifiste o di manifestazioni no-global.

Ma dalla tolda di comando dell’esecutivo era possibile gestire in modo non traumatico i rapporti con questi movimenti, partecipare alle marce pacifiste mentre si faceva la guerra, far firmare a tutti un patto sociale, come quello del Natale dalemiano, assolutamente privo di contenuti. Allora lo spauracchio di una dissoluzione della maggioranza e soprattutto di elezioni anticipate permise di tenere insieme la coalizione, sostituendone i pezzi che via via venivano meno con altri trasmigrati dall’opposizione di centro-destra.

Ora, invece, ogni spinta verso l’affermazione di uno schema riformista e di governo provoca, per reazione, il consolidamento delle posizioni basate sulla protesta.

Per colmo di sventura, mentre l’area riformista, maggioranza Ds e Margherita, ha leader acciaccati dalla sconfitta e per questo facilmente contestabili anche quando mostrano di andare d’accordo, l’area radicale ha un leader di grande prestigio in Sergio Cofferati, che ha mostrato, se non di saper vincere, almeno di combattere con determinazione le sue battaglie.

Il capitale di consenso accumulato da Cofferati gli consente di tirare siluri micidiali ai dirigenti riformisti dell’Ulivo ed è assai dubbio che la loro barchetta, che non sembra proprio una corazzata, sia in grado di resistere.

Sergio Soave