“Analisi” Il Cavaliere tra le macerie (M.Giannini)

28/03/2007
    mercoledì 28 marzo 2007

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    Il Cavaliere tra le macerie

      Massimo Giannini

        Il regno dell’oppio, la tomba degli eserciti. Al Senato, l´Afghanistan poteva essere anche la tomba del governo di centrosinistra. È diventato invece la tomba dell´opposizione di centrodestra. L´Unione conferma la precarietà della sua autosufficienza politica, in questa occasione mimetizzata dal soccorso bianco dei centristi. Ma da ieri la Casa delle Libertà non esiste più. Berlusconi, Fini e Bossi si aggirano confusi tra le macerie di un edificio crollato sotto i colpi del cinismo culturale e dell´autolesionismo politico di chi lo aveva costruito. Con la decisione di astenersi sul voto per il rifinanziamento della missione Isaf, Forza Italia, An e Lega si rinchiudono nella trincea dell´incoerenza e dell´irrilevanza, e soprattutto consumano la rottura definitiva con l´Udc di Casini.

        Solo sei giorni fa, alla Camera, i tre partiti della ridotta forzaleghista avevano votato compatti per il sì allo stesso decreto legge. Com´era logico per un´opposizione che, quand´era maggioranza nella precedente legislatura, aveva mandato le truppe italiane prima in Iraq, senza mandato dell´Onu, e poi proprio in Afghanistan, sotto l´egida della Nato. Con tutta la buona volontà, non si può non giudicare gravemente strumentale e palesemente irresponsabile il voltafaccia dei leader nero-azzurro-verdi a Palazzo Madama. Tanto più che il governo gli ha concesso anche l´unica cosa giusta che, sia pure con intenzioni malevole, avevano chiesto: la disponibilità a rafforzare l´equipaggiamento dei nostri soldati impegnati nei teatri di guerra tra Herat e Kabul, previa richiesta dettagliata degli stati maggiori militari.

        Come un mese fa per l´Unione gli istinti di piazza avevano avuto la meglio sui vincoli di coalizione, stavolta per il Polo gli interessi di bottega hanno prevalso sugli interessi del Paese. Il Cavaliere, sobillato da Bossi e mai abbastanza contrastato da Fini, ha ceduto di nuovo alla sua tentazione: la spallata a Prodi. Ci ha riprovato, e ancora una volta ha miseramente fallito. Non si fa politica, a colpi di «intentona» populista, stavolta azzardata addirittura sulla pelle dei nostri militari e alla faccia di una «ortodossia atlantica» declamata nei comizi ma smentita dai fatti. Una prova di forza ha qualche ragionevole probabilità di successo se è effettivamente tale. Invece oggi è proprio questo che manca all´opposizione, anche più di quanto manchi alla stessa maggioranza: la forza. È debole la leadership, perché Berlusconi non è più il padre-padrone di un´alleanza politica che era stata costruita sulla sua biografia personale. È debole il progetto, perché i cinque anni di governo non sono serviti a far nascere una vera identità conservatrice e moderata di stampo europeo e oggi lo stesso vantaggio registrato nei sondaggi riflette più il disincanto verso il centrosinistra, che non un nuovo incanto verso il centrodestra.

        Forse esagera Prodi, a giudicare il voto di ieri come una grande «svolta politica». Ma un fatto nuovo, dal Senato, emerge e impressiona. La Cdl implode e crolla perché perde, forse irrimediabilmente, uno dei suoi pilastri. L´Udc, per troppo tempo prigioniera della Casa delle Libertà, vota con l´Unione e compie fino in fondo il suo processo di autonomizzazione. Questo ridisegna la geografia politico-parlamentare. A denti stretti, se ne rendono conto anche i reduci dell´opposizione dura e pura rimasta nel bunker dell´irrealtà. Lo capisce Berlusconi, che ringhia il suo «no comment» sulla scelta di Casini. Lo capisce Fini, quando osserva che «due opposizioni fanno solo il gioco di Prodi». E lo capisce Calderoli, quando saluta con disprezzo «l´ingresso dell´Udc nella maggioranza». Ovviamente è insensato parlare di un Casini che entra nel centrosinistra. Ma intanto, è certo che dopo la crisi di governo di un mese fa è iniziata a tutti gli effetti la fase delle «geometrie variabili». Oggi la convergenza è sulla politica estera. Venerdì prossimo lo schema potrebbe ripetersi sulle liberalizzazioni. Più in là, magari, anche sulle pensioni o sulla restituzione del «tesoretto» fiscale.

        Questa svolta è, allo stesso tempo, un´opportunità e un rischio. L´opportunità è evidente: non c´è scandalo, ma solo buon senso, se gli schieramenti politici si «contaminano» su grandi questioni che una volta proprio un esponente di spicco di Forza Italia come Tremonti definì giustamente no-partisan. Il profilo internazionale del Paese, suggellato dalla partecipazione delle sue truppe nelle missioni internazionali, è patrimonio della nazione, e non appartiene né alla destra né alla sinistra. La stessa cosa vale per un´economia di mercato più efficiente, per un Welfare più solidale verso i giovani o per un sistema tributario più equo. Una strategia politica non ideologica, e una tattica parlamentare non ostruzionistica, possono attribuire all´Udc un ruolo di ago della bilancia, che può aiutare questa fragile legislatura a non consumarsi nell´inutilità, e a produrre almeno qualche risultato positivo per il Paese.

        Ma qui sta anche il rischio, che il centrosinistra farebbe bene a non sottovalutare. La crisi di governo non è passata invano per l´Unione. L´ultima istantanea di Palazzo Madama ritrae una sinistra radicale finalmente disposta (suo malgrado) ad accettare quello che prima dell´autodafè di fine febbraio avrebbe sdegnosamente rifiutato: l´invio di nuovi mezzi militari in Afghanistan. Ma sancisce anche l´esistenza di schegge di radicalità intollerante che nelle aule del Parlamento sfuggono ormai a ogni controllo, e che nelle aule della Sapienza riecheggiano negli insulti a Bertinotti. Se Berlusconi non può contare sulla sua debolezza per tentare di far cadere il governo, Prodi non può contare sulla stampella di Casini per farlo durare altri quattro anni. Il leader dell´Udc ha compiuto il suo «parricidio» politico. Ora è più libero, ed è in movimento. Ma non farà il ribaltone. Non può, e probabilmente non vuole.

        Qui sta il pericolo. Il voto di ieri non lancia affatto segnali confortanti, sullo stato di salute del bipolarismo italiano. Entrambi gli schieramenti escono indeboliti, da questa ennesima roulette russa sui numeri. La politica ha una sua geometria: più si riduce il perimetro dei due poli, più cresce (anche solo per spinta inerziale) lo spazio per il centro. Questa legge elettorale non aiuta, e non ce n´è un´altra alle viste. Ora che il centrodestra estremista è allo sfascio, il centrosinistra riformista ha solo un modo per scongiurare un´insidiosa revanche neo-centrista. Accelerare davvero la nascita del partito democratico. È già tardi: la burocrazia degli apparati rischia di diventare esiziale per la democrazia dell´alternanza.