“Analisi” Il capitale? Si è preso la rivincita sul lavoro (M.Mucchetti)

06/09/2006

      Luned� 4 settembre 2006
    Pagina 2 – Primo piano

    L’Analisi
    Denaro e societ�

      1974-2005 – La rielaborazione dei rapporti di Mediobanca sui bilanci mostra la spettacolare variazione dei beneficiari del valore prodotto dalle imprese

        Il capitale? Si � preso la rivincita sul lavoro

          La ricchezza destinata ai salari � scesa dal 70% al 48%. Quella riservata agli azionisti � salita dal 2% al 16%

            di Massimo Mucchetti

              Il concetto di lotta di classe, con i suoi echi ottocenteschi, sembra ormai relegato al lessico familiare del comunismo perdente e perduto. Ma siamo sicuri che le figure sociali siano a tal punto mescolate da non poter pi� distinguere gli interessi del capitale da quelli del lavoro perch� i ruoli del consumatore e del risparmiatore fanno premio su quello del produttore? Certo, nessun caricaturista oggi si sognerebbe di ritrarre il padrone in cilindro e abito nero con le code come faceva Verdini sui fogli del Fronte popolare nel 1948. E i Cipputi di Altan, con il pierrot blu, sono ormai una minoranza. Le funzioni capitalistiche si vanno sempre pi� distinguendo tra la propriet� e la gestione. E la propriet�, specialmente nella grande impresa, ha spesso il volto indistinto dei fondi comuni, dei fondi pensione, del private equity , dei piccoli investitori che fanno le public company o si affiancano ai grandi nelle societ� quotate a controllo definito. Ma bench� diffusa in un capitalismo molecolare, la nuova propriet� non � meno esigente degli antichi padroni delle ferriere. Anzi.

              L’effetto � una crescita della disuguaglianza che inizia a preoccupare anche l’opinione pubblica liberale. Nell’ultimo anno il Financial Times e l’Economist hanno dedicato un’attenzione crescente alla crisi del welfare, anche nella versione minima americana, e all’affievolirsi del mito della nuova frontiera: �Lavora duramente e avrai la tua occasione�.

                L’evoluzione della ricchezza delle famiglie, secondo Andrea Brandolini, del servizio studi della Banca d’Italia, ha avuto negli ultimi 10 anni un segno positivo, sia pure modesto, ma non ha impedito che si verificasse una notevole redistribuzione delle risorse dal lavoro dipendente verso il lavoro autonomo. Questo fenomeno ha molte origini. Tra tutte spicca il cambiamento del rapporto tra capitale e lavoro indotto dalla globalizzazione dei mercati. E’ un cambiamento comune a tutti i Paesi avanzati. In Italia � particolarmente visibile e si pu� misurare grazie agli studi di Mediobanca sui bilanci di un campione di societ� largamente rappresentativo dell’economia nazionale.

                  La chiave di lettura ci viene offerta dalla generazione e dalla ripartizione del valore aggiunto. Per valore aggiunto si intende il margine di guadagno dell’impresa che viene suddiviso tra i dipendenti (costo del lavoro), le banche e gli altri prestatori di denaro (oneri finanziari), lo Stato (imposte), gli azionisti (dividendi) e l’impresa stessa (accantonamenti a riserva). Il valore aggiunto in cifra assoluta aumenta pi� o meno sempre. Ma ai fini della nostra indagine contano le proporzioni, l’incidenza del valore aggiunto sul fatturato: quanto pi� l’incidenza � alta, tanto pi� l’azienda ricorre a risorse interne; viceversa, salir� il ricorso alla subfornitura non di rado delocalizzata nel Terzo e nel Quarto mondo.

                    Come si vede dalle tabelle storiche, la tendenza alla delocalizzazione � netta. Il primo periodo di analisi, che va dal 1974 fino al 1996, fa emergere in capo alle prime 980 imprese italiane una lenta riduzione del valore aggiunto sul fatturato. Nell’ultimo decennio, e su un campione assai pi� vasto, la tendenza accelera vistosamente. Il campione pi� vasto ritocca, fra l’altro, al rialzo l’incidenza del valore aggiunto sul fatturato, perch� Mediobanca vi inserisce anche aziende di servizio ad alta intensit� di manodopera come le Ferrovie. In meno della met� del tempo, la riduzione del valore aggiunto aumenta di due volte e mezzo. A questa tendenza di fondo si aggiunge una seconda tendenza, pi� specifica, che segna la fortissima riduzione del peso del lavoro nella assegnazione del valore aggiunto comunque generato: nel 1974, primo anno nel quale le imprese devono distinguere nel bilancio il fatturato e i costi per natura, il lavoro assorbe il 70% di questo margine, le banche si prendono quasi il 18% e agli altri, Erario compreso, restano le briciole. Gi� nel 1996 il lavoro subisce un pesante arretramento, che prosegue nel decennio successivo fino a scendere al 48%. La continuit� del fenomeno la dice lunga sull’irrilevanza della politica rispetto alle tendenze di fondo dell’economia che orienta le imprese a recuperare potere negoziale verso i dipendenti, le fabbriche a riorganizzarsi secondo la cosiddetta produzione snella e ora attraverso il global sourcing che, grazie a Internet, consente teoricamente di allargare al mondo intero l’universo della subfornitura, un tempo funzionalmente legato al territorio d’insediamento della grande fabbrica. E non a caso � nella grande impresa con oltre 2 miliardi di fatturato che l’incidenza del costo del lavoro � scesa addirittura al 43%.

                      Naturalmente, in questi dati pesano le differenze strutturali. Alcune grandissime imprese operano in settori come il petrolio o l’acciaio dove il costo del lavoro conta poco fisiologicamente e l’effetto prezzi delle materie prime pu� essere devastante. Ma in questi studi non si guarda al numero puntuale quanto alla tendenza. E a quello che la tendenza fa vedere, per esempio nelle grandi aziende automobilistiche che trattengono in patria il quartier generale e alcune catene di montaggio mentre la componentistica, dove spesso � contenuta la tecnologia, pu� venire dai quattro continenti e in parte anche la progettazione, perch� il data processing pu� essere appaltato a Bangalore senza oneri di trasporto, il montaggio no. Come le pulizie o i servizi alla persona, osserverebbe l’Economist.

                        Il lavoro salariato sta perdendo peso in Occidente perch� gli vengono sottratte, per effetto della nuova fase della globalizzazione, perfino alcune delle sue funzioni pregiate, e meglio remunerate in passato, e al tempo stesso deve subire la concorrenza dell’immigrazione nelle attivit� pi� modeste e non trasferibili. Tutto ci� d� luogo a una strepitosa rivincita del capitale pi� ancora che dell’impresa. Gli accantonamenti, che rafforzano il patrimonio delle societ�, aumentano tra il 1974 e il 1996 e poi addirittura regrediscono. Il debito non fa pi� paura. Nel 1975, quando il debito era al massimo storico e rappresentava quasi il doppio del valore aggiunto, costava il 12,4% in media con un’inflazione del 17%. Poteva sembrare conveniente il tasso reale negativo, ma data la sua entit� faceva paura. Nell’ultimo decennio, gli interessi passivi medi sono stati del 5,4% contro un’inflazione del 2,2%, ma i proventi finanziari li hanno pi� che compensati. Si � cos� dato spazio alla remunerazione in grande stile degli azionisti, del capitale privato e pubblico spesso investito in servizi monopolistici o quasi. I dividendi assorbono il 16,3% del valore aggiunto. La crescita della disuguaglianza (che in Italia � simile a quella dei Paesi avanzati pi� diseguali come gli Usa e il Regno Unito) ci dice che la mano invisibile del mercato non redistribuisce troppo rapidamente i talenti del capitale. Ed � forse per questo che chi promette di redistribuire reddito per via politica una volta su due vince le elezioni.