“Analisi” I sindacati, Marx e la classe precaria (L.Covatta)

12/01/2007
    venerdì 12 gennaio 2007

    Pagina35 – Economia & Carriere

    CONTRAPPUNTO

      I sindacati, Marx
      e la classe precaria

      In percentuale,
      ci sono più atipici
      oggi che operai
      nell’Ottocento

        di Luigi Covatta

          La rivista radicale Diritto e libertà ha dedicato un numero monografico ai problemi del lavoro. L’ottica, come è ovvio, non è quella consueta. Si punta poco sulla concertazione, e molto sulla liberalizzazione. E si mettono in discussione diversi luoghi comuni, compreso quello, fatto proprio dal governo e tacitamente accettato dall’opposizione, che vede nella riduzione del costo del lavoro la chiave di volta per la ripresa dell’economia italiana. Fra gli altri interviene anche il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, che si misura col tema della flessibilità, e opportunamente lo distingue da quello del precariato.

          Quest’ultimo va combattuto come il lavoro nero, la flessibilità invece va considerata come una variante del lavoro a tempo indeterminato. Bonanni porta anche un esempio di flessibilità da gran tempo regolata contrattualmente, quella del lavoro edile. Ma c’è da sperare che non intenda estendere quel modello alle nuove forme di flessibilità che l’innovazione tecnologica pretende. Lui stesso, del resto, riconosce che bisogna intervenire su «un mercato del lavoro che conta, oggi, almeno un lavoratore atipico su quattro». Nella prima metà dell’Ottocento, quando Marx individuò nella classe operaia la «classe generale», i salariati dell’industria manifatturiera erano ancora meno. Ma non fu un errore organizzare sui loro bisogni la rete di tutele contrattuali ed extracontrattuali che nel corso di un secolo ha portato al Welfare State. Oggi si deve fare altrettanto. Si deve smettere, cioè, di guardare ai lavoratori «atipici» come ad una pur cospicua minoranza, e considerarli non solo come prossima maggioranza, ma come indispensabile motore della crescita di produttività.

          Non basta, quindi, aggiungere un posto al tavolo della contrattazione collettiva.

          Occorre inventare un altro modello di contrattazione, che sia sostitutivo, e non aggiuntivo, rispetto a quello che ha funzionato egregiamente per oltre un secolo. Altrimenti, fra l’altro, anche nell’impresa privata rischia di riproporsi il paradosso che si verifica nella pubblica amministrazione, nella quale proprio la rigidità dell’impiego fisso produce ciclicamente nuove sacche di precariato destinate a colmare inevitabili vuoti di competenze. E’ bene che il sindacato se ne renda conto. E che sia esso, questa volta, a chiamare i precari di tutta Italia ad unirsi, se prima o poi non vorrà trovarseli ugualmente uniti contro di sè.