“Analisi” I salari arretrano? No, tutto il Paese va piano

24/04/2007
    martedì 24 aprile 2007

    Pagina 14 – Politica e Società

    Miopie retributive

      I salari italiani arretrano?
      No, tutto il Paese va piano

        di Luca Paolozzi

          Confondere la remunerazione del lavoro con la retribuzione a favore dei redditi più svantaggiati porta a esiti infelici proprio per chi si vuole proteggere.

          «I salari italiani sono troppo bassi», ha affermato Guglielmo Epifani, leader Cgil, di fronte alla platea del morituro partito Ds, prendendo al balzo la palla che gli ha lanciato Romano Prodi (lettera al Corriere della Sera del 13 aprile). È davvero così? Ed è da lì, cioè della divisione della tortadel valore aggiunto tra lavoratori e impresa, che bisogna partire per rendere meno iniqua la distribuzione del reddito italiano?

          I confronti internazionali sulle buste paga non sono facili. Perché le statistiche sono scarse e portano stampigliato: «Attenzione, maneggiare con cautela». Infatti, i modi in cui sono stimate le retribuzioni per addetto variano da Paese a Paese. In Italia, poi, la carenza di informazioni su questo importante aspetto è atavica (d’altronde le risorse per la produzione di dati sono lesinate: tanto poi ci pensa Eurispes). Il livello retributivo medio cambia radicalmente a seconda di quali lavori vengono svolti e dunque della specializzazione produtiva nazionale. In realtà, occorrerebbero cifre omogenee per lavoro, più che per occupato.

          Con tutte queste cautele, dai dati Ocse si ha la conferma che i lavoratori italiani sono nella parte bassa della graduatoria europea, sopra Spagna, Grecia e Portogallo. Se si considera il potere d’acquisto, stanno meglio dei portoghesi e allineati agli spagnoli. Ma accanto a questa classifica bisogna mettere quella del Pil per abitante e si capisce così che la posizione arretrata dei salari corrisponde proprio a quella del benessere medio dei cittadini: siamo davanti a Spagna (di poco) e Portogallo.

          Infatti, se le retribuzioni italiane hanno perso terreno nei confronti di quelle degli altri Paesi europei non è perché «il capitale ha succhiato più sangue ai lavoratori», come direbbero dalle parti della sinistra radicale, ma perché è tutto il sistema Paese che è andato indietro. Perfino la Grecia ha ora unPil pro-capite di quasi il 10% superiore al nostro.

          In effetti, guardando all’andamento della quota del fattore lavoro sul valore aggiunto (inclusa la parte che spetta al lavoro indipendente, che sempre lavoro è), si osserva che negli ultimi anni è cresciuta: di più nell’industria in senso stretto (dove è tornata ai livelli altri del ’70), di meno nell’insieme dei settori privati e nell’economia tutta (vedi grafico).

          Se i salari sono saliti poco è a causa della performance dell’economia ed è al miglioramento di questa che occorre puntare per accrescere le retribuzioni con guadagni di produttività. I veri problemi di redistribuzione, che sono gravi, riguardano i redditi delle singole persone. Ma non è certo con interventi generalizzati sull’Ici o calibrati sulle dichiarazioni dei redditi (poco attendibili) che possono essere risolti. Più che nell’elargire, l’urgenza è nell’attrezzarsi a guardare meglio la realtà, per sostenere chi davvero è in difficoltà.