“Analisi” Giovani, a basso reddito e poco produttivi – di Alex Weber

23/09/2002




(Del 23/9/2002 Sezione: Economia Pag. 19)
E´ L´IDENTIKIT DELLA NUOVA FORZA LAVORO. POTREBBE SPIEGARE SCARSI CONSUMI (E CALO DEL PIL) NEI PAESI EUROPEI
Giovani, a basso reddito e poco produttivi

QUANTA parte dell´attuale crisi economica, che ha afferrato buona parte dei paesi europei, è un problema «domestico», cioè interno ai singoli paesi e quanta è invece semplicemente dovuta al «mal comune» di un ciclo mondiale da cui sembrano sparite le locomotive? La coincidenza delle difficoltà in molti importanti paesi, a cominciare dalla Germania e dall’Italia, facilita il ricorso alla spiegazione del «mal comune». Dove sta, in questo caso, il «gaudio»? Ovviamente nel poter ridimensionare le responsabilità dei governi nazionali cui spettano le scelte di politica economica. Sia Schroeder, sia Berlusconi, sia l’austriaco Schuessel o il francese Raffarin, nei giorni scorsi hanno messo l’accento sull’handicap di dover guidare le economie nazionali in un contesto di grande rallentamento congiunturale mondiale e in particolare senza l’assistenza della domanda di export europei da parte degli Stati Uniti. Il messaggio è chiaro: «Non è colpa nostra». Bene. Verosimile. Comprensibile. Ma anche vero? Per capirlo può essere d’aiuto la scansione dei dati economici congiunturali tedeschi così come appare dalle statistiche ufficiali. Ebbene, la crescita economica tedesca fino al secondo trimestre di quest’anno è praticamente pari a zero, ma il contributo netto delle esportazioni tedesche alla crescita (nulla) del prodotto interno lordo è stato positivo e consistente, pari all’1,9%. Questo significa che in realtà la domanda interna, in particolare investimenti e consumi delle famiglie, è scesa in misura equivalente. E’ quindi una carenza di domanda interna che sta rendendo irrisoria la crescita europea e non una carenza di domanda esterna, cioè la debolezza del ciclo internazionale. Nell’epoca dell’economia globale, tuttavia, nulla purtroppo è rappresentabile in termini così semplificati. Nelle economie europee sembra divaricarsi la capacità delle imprese di competere sui mercati mondiali (e quindi la loro effettiva capacità di esportare) e la capacità dei cittadini di consumare. In termini cari agli economisti marxiani del secolo scorso, si tratterebbe di considerare l’andamento della distribuzione del reddito nelle nostre economie. E il risultato è che per ragioni non marxiane, ma tipiche degli economisti liberali («marginalisti»), si osserva una sottrazione di reddito complessivo dalle famiglie, sia attraverso inflazione, sia attraverso distruzione di ricchezza finanziaria, uno dei canali di redistribuzione dei profitti su cui molte famiglie avevano puntato negli anni scorsi. Una spiegazione certa di questo fenomeno non c’è. Gli economisti cominciano a parlare di «paradosso della produttività» in Europa. L’ipotesi dell’arretratezza tecnologica europea nei confronti degli Stati Uniti non è per esempio convincente. L’Europa ha di fatto recuperato il suo ritardo in termini di investimenti in «tecnologia dell’informazione», benché abbia utilizzato questi investimenti per sostituire quelli tradizionali, anziché per affiancarli come è successo negli Stati Uniti. Una delle spiegazioni più accreditate sostiene che la divaricazione dei redditi corrisponda a un calo importante della produttività del lavoro degli europei dovuto all’inclusione sul mercato di lavoratori a basso reddito e meno produttivi. Ciò ha consentito ad alcune imprese europee di rimanere relativamente competitive o meglio ha permesso di evitare che scomparissero sotto la concorrenza straniera. Ma ha dovuto accettare per una fetta di lavoratori profili di reddito al di sotto di quelli garantiti dagli impieghi tradizionali a tempo pieno. Si tratta di un caso osservato per la prima volta in Spagna alla fine degli Anni Novanta, quando la massiccia sostituzione di lavoratori anziani con giovani a part time ha ripartito una quantità di lavoro su un numero maggiore di lavoratori riducendone la produttività e anche il reddito disponibile dell’economia privata. Nella Spagna che cresceva ad alti ritmi, ciò non era un problema, ma negli altri paesi potrebbe essersi tradotto in bassa domanda di consumi delle famiglie. La strada suggerita dalla maggioranza degli economisti è di ridurre il grado di rigidità dei lavori qualificati a tempo pieno e a reddito normale in modo da evitare che questi siano sistematicamente sostituiti da lavori a basso costo e con poche garanzie. Ma un suggerimento meno convenzionale prevede che lo Stato complementi il reddito dei lavoratori a bassa remunerazione ai quali le imprese europee non potrebbero rinunciare senza essere spazzate dal mercato.
Alex Weber