“Analisi” Convivenza: lontani come prima (G.E.Rusconi)

20/02/2007
    martedì 20 febbraio 2007

    Prima Pagina (segue a pagina 35) – Commenti

    Lontani come prima

      Gian Enrico Rusconi

        Sul tema più atteso dell’incontro di ieri tra Santa Sede e governo italiano, cioè la controversia sul riconoscimento delle coppie di fatto, non c’è stato alcun avvicinamento delle posizioni. Anche se tutti si esprimono con toni controllati. Si prova una strana sensazione a leggere e a raccogliere i giudizi e le impressioni dei vari partecipanti all’incontro tra governo italiano e Santa Sede. Tutti si dichiarano soddisfatti ma le posizioni rimangono sostanzialmente inconciliate.

        Il dettato costituzionale è rimasto sullo sfondo del dibattito di questi mesi sul riconoscimento delle coppie di fatto. Con qualche incertezza. Ma l’istituto della famiglia quale è menzionato nella Costituzione rimane solido, e non entra in contraddizione con le norme che il governo intende promulgare sulle «coppie di fatto». Le normative che riguardano i diritti e i doveri di queste ultime, previste dal disegno di legge del governo, sono compatibili con il dettato costituzionale e rispondono all’evoluzione della sensibilità e dello spirito pubblico.

        Questa è la convinzione del governo. A essa si contrappone il giudizio della Chiesa e dei partiti che condividono la sua valutazione, convinti che la normativa che il governo sta per proporre al Parlamento sia un colpo alla struttura familiare. E’ probabile quindi che la Chiesa prosegua con la strategia vivacemente aggressiva che l’ha caratterizzata nei mesi scorsi. E ad essa si accodino – per convinzione o per opportunismo – i partiti d’opposizione.

        Quanto sta accadendo o potrà accadere nelle prossime settimane mette in guardia dall’idealizzare il discorso pubblico o la sfera pubblica come luogo ideale dove ha luogo «lo scambio di ragioni» per arrivare al reciproco convincimento. Nella realtà sociale e politica al fondo di ogni confronto, in cui è implicato un forte investimento d’identità, permane l’inconciliabilità dei punti di vista, talvolta appesantita da un sospetto morale diffamatorio nei confronti degli avversari. A partire da un certo momento, nella sfera pubblica, non c’è più ricerca di intesa ma strategie miranti ad imporre il riconoscimento delle proprie convinzioni.

        Non dovrebbe essere così. Lo Stato è laico proprio perché non pretende dai cittadini identità di credenze in campo etico-religioso, ma reciproco rispetto e considerazione dei differenti convincimenti, sempre aperti al confronto. Il laico accetta una certa dissimmetria tra moralità privata ed etica pubblica; ammette che i propri criteri morali e di giudizio non coincidono e non esauriscono i criteri di moralità e di giudizio di altri, ed evita valutazioni che diffamano moralmente chi la pensa in modo diverso. La diffamazione morale di comportamenti difformi, che non siano lesivi della libertà altrui, è virtualmente una minaccia alla democrazia.

        Questa osservazione non contesta affatto il diritto del credente di far valere le sue convinzioni secondo la logica della cittadinanza democratica cui partecipa. Ed in effetti constatiamo quotidianamente come il credente, che si attiene alle indicazioni della Chiesa, avanza la richiesta che la sua «verità» (sui temi della famiglia, ad esempio) sia riconosciuta come momento costitutivo della sua stessa identità di cittadino, sotto pena di sottrarre al sistema politico la sua lealtà. In questa situazione il laico si trova davanti ad un compito difficile. Deve innanzitutto ribadire il principio secondo cui il credente può introdurre nel discorso pubblico, e quindi nel processo deliberativo, tesi che non disconoscano e non limitino l’autonomia di giudizio e comportamento degli altri cittadini che hanno convinzioni diverse o contrarie dalle sue.

        Naturalmente vale anche il reciproco. Ma quando il credente-di-chiesa si atteggia, talvolta, a vittima e protesta di essere discriminato nell’esercizio del suo diritto di costruire una «società buona» secondo i suoi criteri, dovrebbe innanzitutto ricordare che l’edificio politico-legislativo delle società democratiche e secolarizzate, in cui vive, non lede in nulla l’autonomia, la libertà di espressione, di pratica e di testimonianza del suo credere. Tutto ciò è congruente con l’idea di democrazia laica intesa come lo spazio istituzionale entro cui tutti i cittadini, credenti, non credenti e diversamente credenti confrontano i loro argomenti, affermano le loro identità e rivendicano il diritto di orientare liberamente la loro vita – senza ledere l’analogo diritto degli altri. Si tratta di un difficile equilibrio garantito da un insieme di procedure consensuali di decisione che impediscono il prevalere autoritativo di talune pretese di verità o di comportamento su altre.

        Questa è democrazia laica – nel senso che quando in essa si manifestano credenze e convinzioni incompatibili tra loro, ai fini dell’etica pubblica e delle sue espressioni normative, non decidono «verità sull’uomo» (magari implicitamente riferite ad una «parola di Dio» autoritativamente interpretata) ma le procedure che minimizzano il dissenso tra i partecipanti al discorso pubblico. «La verità» – se vogliamo usare questo impegnativo concetto – consiste nello scambio amichevole di argomenti e nella lealtà reciproca. Tutto questo non ha nulla a che vedere con il tanto deprecato relativismo.