“Analisi” Consumi: aiutare le famiglie (F.Kostoris)

20/03/2007
    martedì 20 marzo 2007

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      LESSICO DELL’ECONOMIA. A PROPOSITO DELLA RELAZIONE TRIMESTRALE DI CASSA

        I consumi non aumentano
        se non si aiutano le famiglie

          di Fiorella Kostoris

            Fa piacere che il ministro dell’Economia abbia presentato quest’anno non in grave ritardo rispetto alle scadenze normative – come i suoi predecessori a via XX Settembre ci avevano ormai da anni abituato – bensì solo poco dopo la data prefissata dalla legge 468 del 1998 (del 20 febbraio), la Relazione trimestrale di cassa, per l’occasione unificata con l’aggiornamento della previsionale e programmatica. Dei contenuti tipici di entrambe queste relazioni ho già discusso in varie puntate del Lessico dell’economia, in particolare il 2 maggio 2005 e il 17 maggio 2004. Qui, dal nuovo testo governativo, diffuso venerdì 16 marzo, traggo unicamente alcuni dati macroeconomici da commentare. «Dopo un quinquennio di sostanziale stagnazione (un incremento medio annuo del Pil di 0,7% nel periodo 2001-2005), nel 2006 l’economia italiana ha mostrato una forte ripresa». L’aumento reale del Pil è stato l’anno scorso dell’1,9%, superiore alle aspettative espresse a settembre dall’esecutivo e anche successivamente dai principali istituti di ricerca nazionali e internazionali. Nel 2006 gli investimenti produttivi hanno ripreso a crescere a saggi maggiori del 2%, dopo la contrazione del 2005. Grazie al forte incremento delle esportazioni in volume, la stessa domanda estera netta è tornata a fornire un contributo positivo, sebbene la quota di mercato in volume nel commercio internazionale abbia continuato a declinare, ma in modo meno marcato che negli anni scorsi. Nel 2006 i consumi delle famiglie hanno evidenziato un’accelerazione rispetto al 2005, con una variazione dell’1,5%, a fronte dello 0,6% del 2005, e tuttavia anche l’anno passato, come in ben 4 dei 6 precedenti (le eccezioni essendo il 2003 e il 2005), la dinamica del consumo è stata inferiore a quella del Pil e dunque del reddito primario. Gli economisti si domandano allora, con una certa preoccupazione, perché si assista a una diminuzione della propensione al consumo nel nostro Paese. Ecco sinteticamente illustrate le tre principali risposte.

            In primo luogo, si fa notare che il consumo è positivamente correlato non al reddito dello stesso periodo, ma a quello permanente, calcolato su un intervallo temporale medio-lungo. Perciò il consumo si mantiene relativamente stabile, in presenza di decrementi o incrementi ciclici del reddito. Per un identico motivo, se il ritmo di evoluzione annua del Pil nel 2006 è stato sostenuto, ma nel quinquennio precedente è stato davvero modesto, oscillando tra un minimo di zero nel 2003 e 2005 e un massimo di 1,8 nel 2001, è naturale che il consumo non sia contemporaneamente risultato altrettanto brillante, perché le famiglie (come del resto gli esperti e lo stesso governo) sono ancora incerte se il miglioramento economico osservato sia passeggero o invece strutturale. Solo se la ripresa si confermerà e si consoliderà, l’espansione del consumo sarà altrettanto vigorosa.

            In secondo luogo, si puntualizza che il consumo è positivamente correlato non al reddito primario, bensì a quello disponibile, cioè al potere d’acquisto ottenuto decurtando il primo degli oneri sociali e tributari a carico delle famiglie e addizionandogli i trasferimenti dalla pubblica amministrazione (oltre che i trasferimenti netti dal resto del mondo). Ora il 2006 ha comportato un enorme aggravio impositivo complessivo: secondo la Relazione unificata del ministro dell’Economia, la pressione fiscale ha raggiunto il 42,3% del Pil, a fronte del 40,6% registrato nel 2005, ma il totale delle entrate in rapporto al Pil è stato ancora molto maggiore e ha toccato il 46,1%, con introiti aggiuntivi rispetto agli attesi soprattutto nel gettito dell’Iva, negli scambi sugli immobili, nelle anomale ritenute sui dipendenti, al di là delle normali elasticità sulle retribuzioni, forse per la emersione del lavoro nero. Al contrario, le prestazioni sociali a favore delle famiglie sono, secondo il ministro, rallentate significativamente, in particolare quelle sanitarie. Per il 2007, il governo si attende un rapporto fra entrate totali e Pil in ulteriore risalita, al 46,5%, ma acuti osservatori come Fabrizio Galimberti sul Sole24Ore del 13 marzo stimano che tale pressione supererà addirittura il 47%, cioè sarà dell’ordine di quella record di 10 anni fa, quando dovemmo istituire l’eurotassa (poi per tre quarti restituita agli italiani), al fine di abbassare di 4 punti di Pil il deficit pubblico del 1997, per essere in grado di divenire membri fin da subito del club dell’euro.

            Tommaso Padoa-Schioppa non intende nel 2007 accelerare la crescita dei consumi delle famiglie attraverso riduzioni fiscali in loro favore. Sabato, alla riunione della Confcommercio a Cernobbio, ha dichiarato infatti: «In quello che è il secondo anno consecutivo di espansione, occorre, in tutta evidenza, agire sull’offerta, non sulla domanda. Servono interventi che elevino la capacità e la qualità, anche ambientale, di produrre nuova ricchezza attraverso il miglioramento delle infrastrutture materiali e immateriali, lo stimolo alla ricerca applicata, l’innalzamento del capitale umano e il miglioramento dell’azione amministrativa e giudiziaria dello Stato». In tali condizioni di rialzo della pressione fiscale nel recente passato, senza decurtazioni prospettiche per le famiglie, non può destare stupore che le spese degli italiani appaiano parzialmente penalizzate.

            In terzo luogo, si sottolinea che il consumo dipende non solo dal livello del reddito, bensì anche dalla sua distribuzione fra le diverse componenti sociali: si ritiene che alcune di esse, quali ad esempio i lavoratori dipendenti a basso salario, abbiano una propensione marginale al consumo maggiore di altre, come gli indipendenti ad alto reddito, sicché fa differenza per la dinamica del consumo aggregato se, a parità di crescita media del reddito, il nuovo benessere riguarda una classe oppure un’altra dello stesso Paese. Non sono ancora disponibili le informazioni sulla distribuzione dei redditi nel 2006 fornite dall’indagine consueta della Banca d’Italia sul risparmio e la struttura della ricchezza delle famiglie italiane. Ma se in proposito si confermasse il trend manifestato nell’ultima indagine, di cui ho parlato all’inizio del semestre scorso (nella rubrica del 23 gennaio 2006) e in parte anche lunedì scorso, continuerebbe a emergere che il reddito dei nuclei con capofamiglia imprenditore o libero professionista è aumentato notevolmente di più di quello concernente i capifamiglia operai e impiegati. Una tale redistribuzione del reddito, in passato combinata a un suo quasi-ristagno in termini medi, ora a una sua inaspettata risalita, fornirebbe comunque uno spunto esplicativo del perché la dinamica dei consumi sia stata in questi anni più lenta dell’auspicabile.

            Storicamente, un filone della teoria keynesiana, influenzato da Kaldor, ha fortemente suggerito la redistribuzione del reddito a favore dei salari, a danno dei profitti, quale motrice di sviluppo economico, precisamente sulla base dell’idea della diversa propensione marginale al consumo nelle differenti categorie sociali, nonché dell’ipotesi che la crescita sia provocata dall’espansione della domanda finale, non dell’offerta. L’argomento di derivazione keynesiana è semplice. Se lo Stato taglia le imposte di un povero operaio, il suo maggior reddito disponibile sarà tutto (o quasi) speso, perché la sua situazione, prossima alla mera sussistenza, non gli consente di risparmiare. Il suo maggior consumo implicherà una maggior produzione, che richiederà una maggior occupazione e comporterà maggiori salari per la classe operaia, i quali in definitiva daranno luogo, in un processo moltiplicativo virtuoso, a un livello più elevato di consumi, di redditi, di Pil.

            Al contrario, se lo Stato taglia le imposte di un ricco imprenditore, egli, avendo presumibilmente già soddisfatto ogni sua esigenza di spesa, tenderà a risparmiare tutto (o quasi) il suo addizionale reddito disponibile. Il fatto che la sua propensione marginale al consumo, cioè la variazione del suo consumo indotta da una variazione del reddito, sia prossima a zero e comunque sia inferiore a quella del povero operaio, renderà, coeteris paribus, meno espansiva ed efficace qualunque politica di bilancio pubblico a lui vantaggiosa.

            Storicamente tale tesi si dimostra talora corretta, talaltra errata. Questo secondo è il caso quando lo sviluppo economico è frenato non dal lato della limitata domanda finale, bensì da quello dell’insufficiente capacità produttiva dell’offerta, come secondo il ministro dell’Economia starebbe avvenendo adesso in Italia. Più in generale, è necessario tener conto che, se nel processo moltiplicativo si incrementa il salario pagato a ogni dipendente, ciò ha effetti controproducenti sull’occupazione aggiuntiva, a meno che anche la produttività del lavoro non si espanda contestualmente, perché l’impresa è sempre pronta a sostituire il fattore produttivo divenuto più caro con un altro che lo è meno. D’altronde, se il costo del lavoro per unità prodotta si aggrava, ciò abbassa la competitività delle aziende e ha un effetto negativo sulle esportazioni, dunque sulla stessa domanda finale. Preoccupa, per questo aspetto, che, sebbene il salario reale in Italia sia aumentato davvero poco dall’inizio del nuovo millennio, negli ultimi 6 anni esso è tuttavia cresciuto sempre di più della produttività del lavoro (salvo nel 2004). Buona settimana a tutti da Fiorella Kostoris.

            fiorella.kostoris@tin.it
            in collaborazionecon Radio Radicale