“Analisi” Concertazione addio? No, ma il rilancio passa dai ceti professionali

05/02/2001

Corriere della Sera

Lunedì 5 febbraio 2001
L’ANALISI

Concertazione addio? No, ma il rilancio passa dai ceti professionali


I lavoratori «intellettuali» devono creare un’entità confederale in cui riconoscersi


di Gian Paolo Prandstraller
      La legislatura che sta per concludersi lascia in eredità alla successiva un problema di grande rilievo: il modo con cui verrà realizzata in Italia la rappresentanza degli interessi delle grandi forze sociali. Definisco «corporatismo duale» il criterio finora adottato nel nostro Paese, dove le entità associative che vengono ascoltate dal governo (ai fini delle decisioni economiche) sono solo due: Confindustria, in rappresentanza dei ceti imprenditoriali, e sindacati dei lavoratori dipendenti, in rappresentanza del lavoro non qualificato. Questa formula è anche conosciuta come «concertazione»: un nome che ha acquistato carattere istituzionale con l’accordo del luglio 1993 che impegnava il governo a incontrare imprese e sindacati almeno due volte all’anno in vista della presentazione del Documento di programmazione economica e della legge finanziaria. Nella presente fase pre-elettorale la concertazione è in crisi dichiarata. La crisi in concreto coincide con una divergenza tra il presidente del Consiglio Giuliano Amato e il leader di Confindustria Antonio D’Amato, sulla questione del trattamento di fine rapporto e sulle contropartite richieste da Confindustria. La questione appare dunque legata agli interessi e controinteressi della coppia dominante, il che conferma la natura egemonica ed esclusiva del sistema.
      Vi è in realtà una ragione più grave perché la concertazione, com’è intesa in Italia, ceda il passo a una forma di rappresentanza più coerente con la vera situazione sociale del Paese. Emersa chiaramente nella seconda parte degli anni ’90, tale ragione è molto semplice: la totale esclusione del lavoro intellettuale (professionale) dalle trattative politico-economiche fondamentali che si svolgono a livello di governo. Un’esclusione che ha avuto come risultato l’assenza dai tavoli in cui si imposta lo sviluppo del Paese di una entità associativa in grado di difendere la «conoscenza scientifico-tecnica», con particolare riguardo al funzionamento delle istituzioni cui è delegato il compito di sostenere e incrementare tale conoscenza, la scuola, l’università, la formazione, la ricerca scientifica.
      Il sistema duale, basato su Confindustria e sindacati, è un’eredità del periodo «industriale» (tramontato, si badi, fin dagli anni ’70) tenuta in piedi anche nella fase postindustriale. Quel tipo di conoscenza, divenuta mezzo di produzione essenziale, introduce una profonda rivoluzione nel mondo produttivo, dato che valorizza un tipo di lavoro anteriormente non determinante, il lavoro intellettuale, e per converso toglie rilievo a quello manuale. Sono dunque cambiate le forze che più contano nella produzione industriale. I «knowledge workers» (lavoratori della conoscenza, alias professionisti) diventano i veri protagonisti del lavoro produttivo: controllano, infatti, e fanno funzionare, i grandi servizi, strutture indispensabili (anche per l’industria) a ogni società avanzata contemporanea. Che dunque i ceti professionali siano oggigiorno privi di rappresentanza nell’ambito della concertazione è palesemente assurdo.
      Da un punto di vista eziologico, la loro assenza dai tavoli ove sono prese le decisioni, è attribuibile al fatto che il processo di «unione» delle categorie professionali – volto a costituire una forza unitaria in grado di rappresentare i professionisti – è stato avviato, in concreto, solo quando le professioni riconosciute (Ordini) furono attaccate dai cosiddetti poteri forti, dall’Antitrust e dagli stessi governi, negli ultimi anni del XX secolo. Ma in seguito a tale attacco, il cammino delle categorie professionali verso l’unione ha fatto passi da gigante, e le professioni si trovano ora in posizione tutt’altro che debole. E dopo l’approvazione da parte del governo della legge-quadro sulle professioni (d.l. Fassino) sembrano mature le condizioni perché il modello attuale di concertazione sia modificato, nel senso di sostituire la forma duale con una combinazione nella quale rientri a buon diritto il lavoro professionale.
      La crisi della concertazione può dunque preludere a una riconsiderazione costruttiva. Non è realistico pensare, infatti, che il sistema attuale si sfaldi lasciando dietro di sé il vuoto totale. Tocca ai professionisti – ai quali si stanno affiancando forze del management, della burocrazia professionale, dell’insegnamento, della formazione, ecc. – cogliere l’occasione di questa importante svolta: creando un’entità confederale che rappresenti tutto il lavoro intellettuale e sia disponibile al dialogo con le altre parti sociali e con il governo.