“Analisi” Cavaliere e Quirinale divisi sulla fiducia (M.Franco)

09/03/2007
    venerdì 9 marzo 2007

    Pagina 5 – Primo piano

    LA NOTA

      Cavaliere e Quirinale divisi sulla fiducia

      E l’Unione cerca
      una formula per
      poter durare
      senza maggioranza

      Massimo Franco

        S e pure non è un governo per tutte le stagioni, certo sta cercando di esserlo per un’altra, diversa dalla precedente. L’idea delle «maggioranze variabili» di Giuliano Amato; la strategia della «porta socchiusa all’opposizione» teorizzata dal segretario dei Ds, Piero Fassino; il plauso alle «convergenze larghissime» su provvedimenti come la missione in Afghanistan: sono tutti indizi del tentativo di Romano Prodi di salvare l’esecutivo modificando in corsa i comandamenti fissati dopo le elezioni dello scorso anno. Di fatto, per rimpolpare una maggioranza che al Senato rischia sempre di non essere più tale.

        L’approvazione alla Camera del decreto con 524 sì, 3 no e 19 astenuti, ha fatto dire al premier che «non poteva andare meglio». La sua speranza è che il 27 marzo anche l’Aula di Palazzo Madama possa esprimersi con un plebiscito. Ma c’è da giurare che ci sarà una coda velenosa, per il centrosinistra, con un impatto ruvido sui rapporti fra opposizione e Quirinale. Ieri Silvio Berlusconi ha ripetuto che se l’Unione non raccoglierà 158 voti di senatori eletti, Prodi si deve dimettere. «E il capo dello Stato dovrebbe scegliere la soluzione più trasparente e limpida»: le elezioni. E pazienza se Berlusconi dimentica che il centrodestra non è compatto sul voto anticipato.

        Il suo scopo, probabilmente, è quello di delegittimare preventivamente un governo che stenterà a tenere unita la coalizione; e dunque approverà la missione con l’appoggio del Cavaliere. Il problema è che questa impostazione collide con l’atteggiamento di Giorgio Napolitano. L’altra sera il presidente della Repubblica ha fatto sapere ufficiosamente che se Prodi passa, seppure con il sostegno determinante del centrodestra, non ci sarà crisi. Può darsi che a quel punto si apra un problema politico fra Unione e Cdl, ma non un conflitto istituzionale: per il Quirinale, la fiducia che conta è quella ricevuta da palazzo Chigi al Senato a fine febbraio.

        Schermaglie a parte, l’incognita è se attraverso la «porta socchiusa» da Fassino passeranno davvero pezzi di opposizione o singoli parlamentari: anche se l’Unione dovrebbe spiegare come mai un’analoga ipotesi fatta mesi fa dal sottosegretario a palazzo Chigi, Enrico Letta, fu demonizzata come un tradimento dell’elettorato. Ma soprattutto, nessuno può prevedere quale sarà fra tre settimane la situazione in Afghanistan. Ieri il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema ha respinto, come si prevedeva, la richiesta del premier britannico Tony Blair di inviare più soldati. Quel «no», tuttavia, non chiude il problema dei rapporti con la Nato.

        Anche perché l’estrema sinistra non sembra disposta a cambiare atteggiamento, anzi. Rifondazione comunista vuole che l’Italia fissi una data per il ritiro dal fronte afghano il 20 marzo, prima ancora del dibattito al Senato; e proprio mentre Fassino teorizza «non una exit strategy, ma una success strategy »: e cioè l’opposto. Sono contraddizioni che rendono comprensibile il tentativo di calamitare consensi dall’opposizione, fingendo che siano un fatto fisiologico. Ma portano a chiedersi quanto potrà durare; e se Prodi riuscirà a sopravvivere ad un cambio di stagione che sembra anticipare maggioranze diverse. E forse, tra un anno o poco più, le elezioni.