“Analisi” Ammortizzatori, ripartire da qui – di Tito Boeri

15/04/2002



Analisi

Ammortizzatori, ripartire da qui
di Tito Boeri

A pochi giorni dallo sciopero generale, le cronache riportano due sviluppi degni di nota. Il primo risiede nell’emendamento al disegno di legge delega, approvato dal Congresso di Alleanza nazionale, in cui si circoscrive la deroga all’art.18 ai soli lavoratori che, alla data in cui la legge entrerà in vigore, avranno già un contratto a tempo determinato. La seconda novità è che più voci nel Governo (tranne la più importante in materia, quella del ministro Tremonti) hanno manifestato la disponibilità ad allungare i cordoni della borsa per riformare gli ammortizzatori sociali, anziché razionalizzarli "a costo zero", come inizialmente previsto nella delega. L’emendamento di An vuole evitare di incentivare le assunzioni solo in contratti a tempo determinato (l’unico modo per accedere ai contratti permanenti "più flessibili" consiste nel convertire un precedente contratto a tempo determinato). Vuole anche ridurre ancora la platea dei lavoratori potenzialmente interessati dalla riforma: sarebbero, a questo punto, non più di 550mila, tanti quanti i lavoratori con contratti a termine nel Mezzogiorno. Ogni anno, meno di un quarto di questi contratti viene trasformato in permanenti e una percentuale ancora più bassa viene convertita sullo stesso posto di lavoro, condizione necessaria per fruire della deroga. Anche se le conversioni dovessero aumentare, saranno al più qualche decina di migliaia i lavoratori alla fine coinvolti dalla "sperimentazione" della nuova disciplina. Le altre due clausole di deroga (emersione del lavoro sommerso e superamento della soglia dei 15 dipendenti) sembrano, infatti, destinate solo a complicare ulteriormente il quadro normativo. Il sommerso è composto in prevalenza di unità con meno di 15 addetti e sono, in genere, non legate all’art.18, ma semmai agli oneri fiscali e contributivi, le ragioni per cui le imprese più grandi tengono alcuni lavoratori in nero. Gli esiti delle misure di "riallineamento" (meno di 500 i lavoratori coinvolti, contro i 900mila ipotizzati) sono lì a testimoniare quanto sia difficile farle emergere. Inoltre, il cosiddetto "tappo" alla crescita dimensionale delle imprese è un mistero: tutti ne parlano, ma non si vede. I dati Inps non rivelano una concentrazione di imprese appena al di sotto della soglia dei 15 addetti. Circa 60mila le imprese fra i 10 e i 14 addetti, ma queste non sono affatto allineate al nastro di partenza, appena al di sotto della soglia dei 15 dipendenti, pronte a scattare non appena l’art.18 dovesse non rappresentare più un deterrente. Insomma, con l’emendamento di An la riforma dell’art.18 è diventata ancora più simbolica di prima, una questione di bandiera o forse, più maliziosamente, un modo per annullare la riforma salvando comunque le apparenze. Non si tratta neanche di una sperimentazione, perché niente è previsto in tal senso (non c’è "design" sperimentale, raccolta di dati prevista, obiettivi da verificare, "gruppi di controllo"). Del resto, se si fosse davvero trattato di sperimentazione isolata, valeva la pena di usare uno strumento come la legge delega scatenando l’ira funesta (o le ansie) di tanti? La verità è che l’emendamento di An, per ridurre una distorsione, ne genera un’altra: si producono delle asimmetrie "a vita" nel trattamento di lavoratori con contratti permanenti, quando il principio ispiratore delle "riforme a flusso" dovrebbe essere invece quello di modificare, gradualmente, lo Statuto di tutti senza intaccare i diritti acquisiti. Nel frattempo si sono perse quasi 4 milioni di ore di sciopero nei soli primi due mesi del 2002. Sarò lo sciopero generale una liturgia, come molti scrivono, ma ha costi non irrilevanti. Non solo sul clima delle relazioni industriali. Siamo esattamente in media per raggiungere il record di ore di sciopero del 1994 (24 milioni). Ai livelli attuali di produttività del lavoro, implicano circa uno 0,05% di Pil in meno. Non sono noccioline. La seconda novità è la più rilevante e promettente. Recepisce quanto era palese sin dall’inizio: per riformare il regime dei licenziamenti occorre estendere il raggio di copertura di sussidi contro la disoccupazione degni di tale nome. Sin qui si è discusso solo di cifre (con stime che oscillano dallo 0,1% a quasi un punto percentuale di Pil), anziché di cosa si vuole davvero fare, come notava giustamente su queste colonne Giuliano Cazzola. Meglio allora fissare alcuni principi. Il nuovo schema dovrebbe fornire una tutela assicurativa, di base, accessibile da parte di tutti i lavoratori, anche quelli con anzianità lavorative brevi, lasciando poi il compito ad eventuali accordi tra le parti di finanziare schemi integrativi. Dovrebbe, inoltre, prevedere forme di attivazione stringenti, controlli serrati della disponibilità dei beneficiari a cercare un lavoro. Meglio scartare a priori l’idea di strutturare il nuovo schema di base come una forma di assicurazione volontaria, diversa da settore a settore e, magari, fornita dai privati (non si è chiesto il ministro Marzano perché le polizze individuali da lui proposte non esistono in nessuna parte del mondo?). I risparmi di spesa vanno cercati principalmente altrove, anche razionalizzando le cosiddette politiche attive del lavoro. Siamo l’unico Paese Ocse che spende più in politiche "attive", che in politiche passive. Ma poco si sa sull’efficacia di strumenti quali la formazione dei disoccupati, gli incentivi all’autoimpiego o i lavori di pubblica utilità e quel poco che si sa non è certo incoraggiante. Formare dei disoccupati in mercati del lavoro in cui ci sono più di 20 disoccupati per posto vacante (molte province del Sud) rischia solo di servire a trovare un lavoro a chi questi corsi li deve tenere.

Sabato 13 Aprile 2002