“Analisi” Alitalia? Batterà bandiera del Partito Democratico (A.Minzolini)

30/01/2007
    martedì 30 gennaio 2007

    Pagina 5 -Interni

    PRIVATIZZAZIONI
    L’INTRECCIO POLITICO

      Alleanze – Di qui Toto e D’Alema
      dall’altra De Benedetti, Fassino
      e Rutelli. Alla fine non vincerà nessuno

        L’Alitalia? Batterà bandiera
        del Partito Democratico

          Retroscena
          Scocca l’ora della grande spartizione

            Augusto Minzolini

            ROMA
            Per orientarsi in quella operazione complessa che è la privatizzazione di Alitalia (ieri ha fatto una proposta per l’acquisto anche il professore di un istituto tecnico della Ciociaria) bisogna individuare una guida che conosca la storia della disastrata compagnia di bandiera aerea italiana e che abbia più di un piede nella politica. Altrimenti si rischia di avere la risposta che ti offre con disinvoltura l’ex-direttore dell’Unità Giuseppe Caldarola: «Io tra gli acquirenti preferirei Air France, ma non chiedetemi il perché visto che non ne capisco niente». Comunque, niente paura, a Montecitorio si trova di tutto e tra i 630 deputati c’è anche un personaggio che corrisponde a questo identikit: si chiama Egidio Pedrini ed è un ex Dc approdato nel centro-sinistra con l’Italia dei Valori che per anni è stato ai vertici alti di Alitalia. Più precisamente è stato consigliere d’amministrazione e responsabile delle relazione esterne ai tempi delle vacche grasse di Umberto Nordio, il presidente che fu silurato alla fine degli Anni 80 da un presidente dell’Iri assai noto, Romano Prodi. Spiega Pedrini che, godendo dell’immunità di parlamentare, non ha peli sulla lingua. «La privatizzazione di Alitalia si risolverà in una speculazione finanziaria. Basta guardare chi corre. Carlo Toto, amico di D’Alema, è diventato patron di AirOne portandosi al seguito diversi diessini che erano in Alitalia. E’ indebitato fino al collo ma è coperto da banchieri del calibro di Cesare Geronzi (Capitalia) e Corrado Passera (banca Intesa). Io faccio una semplice congettura: se il topolino indebitato AirOne punta a prendersi il gigante Alitalia è evidente che lo fa solo per risolvere i suoi guai. Dall’altra parte ci sono De Benedetti, Della Valle, i fondi americani, gente che è interessata solo al “logo”. E ancora, c’è qualche prestanome di Air France che magari punta ad impossessarsi delle rotte della nostra compagnia. Come finirà? Che alla fine Toto (D’Alema, ma anche Bazoli) si metterà insieme a De Benedetti-Della Valle (i mecenati della new-generation ulivista Veltroni-Rutelli) e il matrimonio lo celebrerà il solito Romano Prodi. E l’Air France? Accontenteranno la Francia modernizzando la flotta comprando Airbus invece che Boeing. E il gioco è fatto. Tutti contenti. Un’altra Telecom».

            Già, per Alitalia ci sono 11 manifestazioni di interesse ma un matrimonio predestinato tra la “cordata” di AirOne e quella di De Benedetti. Almeno è quello che si ascolta nei Palazzi romani mentre da Addis Abeba Prodi benedice la privatizzazione. I bene informati del centro-sinistra, infatti, si comportano quasi al contrario dei bravi dei Promessi Sposi mentre spiegano che il «matrimonio» tra le due cordate uliviste «s’ha da fare». Osserva il braccio destro «riconosciuto» di Massimo D’Alema: «Finora io ho sentito solo parlare di banche, di fondi, di finanza: ma gli aerei chi li guiderà? Ci vuole anche un piano industriale. Per cui la logica vorrebbe che si coniugasse la proposta di chi ha il «know-how» (AirOne) con quella di chi ha le risorse (De Benedetti). Altrimenti finisce male». Un discorso che riprende anche l’ex-segretario della Cisl, Sergio D’Antoni (Margherita e dintorni). «Non ci sono dubbi sul fatto – si esalta – che vada privilegiato il piano industriale. Ecco perché AirOne con l’appoggio di banca Intesa andrebbe bene. Poi che abbiano dietro D’Alema e Prodi conta poco. Andrebbe ancora meglio se poi si aggiungessero quelli della cordata di De Benedetti e Della Valle che sono interessati soprattutto a prendere il logo ad un prezzo conveniente. Gli stranieri? Quelli pensano solo al business. Magari nascondendosi dietro a qualche industriale italiano che vuole comprare senza tirare fuori i soldi. Romiti, ad esempio, si è preso gli aeroporti di Roma dando il 49% agli australiani. Quelli non vogliono fare investimenti e lui ha l’alibi per non farli».

            Così, a ben vedere per usare un paradosso, il Partito Democratico, anche se non ancora nato (e semmai nascerà), avrà presto la sua compagnia aerea di bandiera con dentro gli amici di Prodi, di D’Alema, di Veltroni e di Rutelli. Tutti insieme appassionatamente, visto che la maggioranza è risicata e tutti i «domini» debbono essere rappresentati. In fondo non potrebbe essere altrimenti: visti i vincoli economici contenuti nel bando di vendita (occupazione, numero delle rotte, qualità dei servizi), chi compra deve avere un’influenza sull’attuale quadro politico (chiamiamola capacità di «lobbing») che gli consenta, se necessario, di allentarli in un secondo momento, per non trasformare un’avventura in una tragedia. E’ già successo in passato con altre privatizzazioni come quella di Telecom. Ricorda Antonello Falomi, ex diessino occhettiano accolto come un’esule da Rifondazione negli anni del potere dalemiano: «Anche la privatizzazione di Telecom poneva dei vincoli ai compratori ma poi furono violati. Io li ricordai in un’interrogazione a Ciampi. Per evitare pubblicità e polemiche nell’Aula del Senato, mi dissero che dovevo accontentarmi di una risposta scritta».

            Sono i limiti delle «privatizzazioni» all’italiana. Ma in fondo il «pubblico» non offre garanzie migliori: il tanto osannato (a sinistra come a destra) presidente Giancarlo Cimoli, pagato 2 milioni e 800 mila euro l’anno, che un anno fa assicurava di avere un «piano» perfetto «come una macchina da guerra» per risanare l’azienda, la restituisce con una perdita netta di 1 milione di euro al giorno. Così la privatizzazione è diventata più che una scelta, una necessità. E Prodi ha un’altra grande occasione per aumentare la sua influenza. «E’ riuscito a creare dentro Palazzo Chigi – accusa Fabrizio Cicchitto, stratega di Silvio Berlusconi – una Merchant Bank efficacissima. Rispetto alla sua quella di D’Alema era composta da dilettanti. Insomma, sugli affari Prodi è bravo a curare i suoi interessi. Se per il resto fa piangere, in questo settore morde e fa male».