An e Udc infuriati: ha vinto il diktat leghista anti-statali

30/03/2005

    mercoledì 30 marzo 2005

    Retroscena

      IL «PARTITO DEI LAVORATORI PUBBLICI» POTREBBE ESSERE DECISIVO AL VOTO, CON UN PESO DIVERSO AL NORD E NEL CENTRO-SUD
      An e Udc infuriati: ha vinto
      il diktat leghista anti-statali
      Una telefonata tra Follini e il ministro degli Esteri fa partire la protesta dopo le dichiarazioni del Cavaliere.
      «In Lazio sconfitta-bis come Moffa»

      Roberto Giovannini

      ROMA
      ERA molto arrabbiato, il governatore del Lazio Francesco Storace. Dopo aver ascoltato alla radio le dichiarazioni di Silvio Berlusconi sui contratti pubblici, ha subito allertato il vicepremier Gianfranco Fini: «Ma che si è inventato Berlusconi – ha detto un furibondo Storace al ministro degli Esteri – allora è inutile che venga a chiudere la mia campagna elettorale al Palalottomatica…» Sconcerto e perplessità che hanno condiviso poco dopo lo stesso Gianfranco Fini e il vicepremier Marco Follini, in una lunga telefonata. Questo è il succo della conversazione, riferito da persone vicine ai due leader. Attacca Fini: «Non capisco, se Silvio ha deciso di farci perdere le elezioni non poteva trovare argomento migliore». «C’è poco da capire – è la replica di Follini – è l’ennesimo cedimento nei confronti della Lega, prima l’accelerazione sulla devolution, ora questo. E poi, va finire che i giornali scrivono che siamo io e te a voler perdere le elezioni per sostituire Berlusconi…».

        Lazio, Piemonte, Puglia, Calabria e Abruzzo: cinque Regioni in cui la differenza tra il trionfo e la disfatta elettorale potrebbe giocarsi per poche migliaia di voti. E il timore di Alleanza Nazionale e Udc è che a decidere tutto siano proprio i voti dei pubblici dipendenti, che si vedono negati gli aumenti salariali attesi a causa di quello che appare l’ennesimo diktat della Lega Nord sul governo Berlusconi. Ne è convintissimo un (anonimo, ma autorevole) ministro del partito di Gianfranco Fini: «Stiamo rischiando la riedizione di quanto avvenne alle provinciali del 2003 di Roma – confida preoccupato il ministro – la sconfitta del nostro presidente Silvano Moffa fu dovuta proprio al niet della Lega sul rinnovo del contratto del pubblico impiego. Non arrivarono i soldi degli aumenti, e per giunta continuarono gli insulti contro “Roma Ladrona”…».

          Allora, nel maggio del 2003, fu lo stesso Moffa a dare gran parte della colpa della vittoria di Enrico Gasbarra ai continui ritardi nell’erogazione di aumenti contrattuali che pure erano già stati concordati da oltre un anno. «Il blocco di Tremonti non ci ha certo favorito in una città come Roma, tantomeno la continua aggressione di Bossi», si lamentò l’esponente di An, oggi premiato con una poltrona da sottosegretario. Sono passati due anni, e anche se i due protagonisti del cosiddetto «asse Bossi-Tremonti» hanno cambiato ruolo e posizione, il timore del remake c’è. An e Udc, oggi come allora, vengono accusati di rappresentare il «partito degli statali»; e l’avversario è quello di sempre, il Carroccio nemico della «spesa clientelare romana». Da una parte chi ritiene che una penalizzazione salariale dei tre milioni e passa lavoratori pubblici possa intaccare pericolosamente il bacino elettorale in cui pescano An e il partito di Marco Follini; dall’altra, chi crede ancora che si debba puntare sul partito delle Partite Iva come motore delle fortune elettorali della Cdl. E se non c’è più Giulio Tremonti, il suo successore al Tesoro Domenico Siniscalco non ha certo grandi margini di manovra per ideare una mediazione, vista la situazione tutt’altro che lieta dei conti pubblici. E c’è anche, nella Cdl, chi immagina scenari arditi: che il presidente del Consiglio già sappia che il centrodestra non ha più chances di vittoria nelle Regioni del Mezzogiorno, e che punti piuttosto a limitare i danni aggiudicandosi quelle del Nord o a far tenere Forza Italia.

            Molti osservatori si domandano se davvero il mondo del lavoro pubblico possa reagire in modo sensibile alla conclusione di un contratto «buono» dal punto di vista salariale. Certamente, il pubblico impiego è cambiato molto – dal punto di vista sociale e dei comportamenti politici – rispetto ai tempi in cui quelli che venivano ancora chiamati «gli statali» votavano compatti per la Democrazia Cristiana e (a Roma, massicciamente) per il Movimento Sociale Italiano. Un cambiamento generazionale, ma non solo: i «ministeriali» veri e propri sono poco più di 200 mila persone, e il grosso del lavoro pubblico oggi si concentra nella scuola, nella sanità, e ovviamente nelle Regioni e negli altri enti locali, che hanno accumulato competenze e soprattutto personale. Tre «blocchi» che pesano ognuno per circa 600 mila dipendenti, e che politicamente sono molto meno omogenei di una volta. Diverso è il discorso per quanto riguarda i dipendenti delle forze armate e delle forze dell’ordine, che invece sembrano ancora decisamente orientati per un voto moderato tendente a destra. E anche dal punto di vista territoriale l’equazione pubblico impiego=Roma non funziona più: la Lombardia conta quasi lo stesso numero di «travet» del Lazio (413.000); seguono Campania e Sicilia (340.000 e 315.000), e intorno ai 220.000 Veneto, Puglia, Piemonte, Emilia-Romagna e Toscana.

              Le evidenze empiriche sono scarse. Eppure, una ricerca di alcuni anni fa de «Il Mulino» qualche indicazione interessante la fornisce: secondo questo studio, la conclusione dei contratti del settore pubblico da parte del governo guidato da Lamberto Dini (inizio del 1996) spostò a favore dell’Ulivo di Prodi circa un punto e mezzo di consensi alle politiche. Non tantissimo, ma abbastanza per (forse) decidere un’elezione. E c’è un altro piccolo segnale politico, questo recentissimo: a quanto si racconta, nelle scorse settimane al momento della presentazione delle liste dell’Udc in Abruzzo, il partito di Marco Follini ha avuto problemi nel reperire le firme dei pubblici dipendenti che erano state attese e programmate. Un episodio minore. Ma allarmante per due partiti come An e Udc, che dal 2001 hanno lavorato a fondo per conquistare l’eredità «moderata» di questa fetta di elettorato: Gianfranco Fini, con il patto «segreto» con il leader cislino Savino Pezzotta, che mirava a chiudere il contratto del pubblico impiego del 2002. Marco Follini, spedendo Mario Baccini al ministero della Funzione Pubblica per firmare il contratto 2004-2005. Una strategia che ora scricchiola pericolosamente.