Ammortizzatori in agenda ma vanno trovate le risorse

08/01/2002





L’Esecutivo punta ad agire anche sulla formazione

Ammortizzatori in agenda ma vanno trovate le risorse

ROMA – Gli ammortizzatori sociali tornano all’ordine del giorno. Il Governo vuole tentare una riforma puntando tutto sull’indennità di disoccupazione a favore di chi ha perso il posto del lavoro (piuttosto che sul reddito minimo di inserimento), ma gli esiti sono piuttosto incerti. Il ministro del Welfare, Roberto Maroni, ha rilanciato il tema ma soprattutto per cercare una nuova sponda di dialogo con il sindacato visto che l’eterno problema (lo stesso del precedente Esecutivo) sono le risorse. In realtà, nella delega sul mercato del lavoro è già previsto un riordino dei vari strumenti di assistenza al reddito, ma a costo zero. Questo vuol dire che l’operazione sarà quella di un puro spostamento di risorse a favore di uno strumento, ma a danno di un altro. Infatti, la vera novità non è tanto quella di riformare gli ammortizzatori ma di combinarli, per la prima volta, con la formazione. Un modo per cercare di sostenere il rientro al lavoro di chi ha perso il posto provvedendo a corsi professionali che rafforzino la posizione del disoccupato sul mercato. Attualmente, il volume di spesa destinato all’assistenza è simile a quello degli altri Paesi europei anche se con una composizione diversa. Da noi il peso è tutto spostato sulla previdenza mentre altrove c’è un maggiore equilibrio con altre prestazioni di natura assistenziale, come la disoccupazione e la sanità. In Italia l’incidenza dei trattamenti di disoccupazione rispetto al Pil è pari allo 0,7% (Eurostat ’98) a fronte di una media Ue dell’1,9 per cento. In particolare, il nostro Paese è quello che destina la quota più piccola ai trattamenti di disoccupazione. Il grado di copertura delle politiche passive, cioè la platea di beneficiari dei sussidi previsti, raggiunge infatti livelli più elevati tra quelli che hanno perso un posto piuttosto che tra chi è in cerca di occupazione. «Del totale di persone in cerca di lavoro – si legge nel Rapporto di monitoraggio sulle politiche occupazionali del 2001 -, il 15,7% risulterebbe coperto con punte più elevate al Nord. Se però si considerano solo quelli che hanno perso un lavoro si passa al 41,2% con un’inversione tra le differenze regionali (il Sud raggiunge quota 46,6%)». La spesa per le politiche passive, al netto della previdenza, si concentra dunque in strumenti come la cassa integrazione, la mobilità e, in passato, molti prepensionamenti. La novità di oggi è un’inversione di "peso" tra l’indennità ordinaria e quella a requisiti ridotti. Quest’ultima è in forte crescita proprio per la mutata struttura del nostro mercato del lavoro. Il trattamento di indennità a "requisiti ridotti" viene infatti accordato a chi non raggiunge i requisiti contributivi minimi richiesti per l’accesso ai trattamenti ordinari (almeno 52 settimane di contribuzione nei precedenti due anni). Così con almeno 78 giornate di lavoro si può accedere a un "beneficio" parziale pari al 30% della retribuzione per un numero di giornate pari a quelle lavorate. Insomma, un beneficio tagliato per i precari e gli stagionali che con l’aumento dell’occupazione a termine sta superando, per volume di spesa, i trattamenti d’indennità con requisiti pieni. Al momento, il saldo tra contribuzioni e prestazioni resta in equilibrio: nel 2000 l’avanzo della cassa integrazione (per la positiva congiuntura) ha più che compensato il deficit della mobilità anche se i due strumenti vengono ormai usati in successione temporale. Contrazione anche per quanto riguarda prepensionamenti e lavori socialmente utili (inseriti formalmente nelle politiche attive pur essendo nella sostanza uno strumento passivo), nonostante la spesa sia a carico della fiscalità generale. Se ci sarà nuovo assetto degli ammortizzatori dipenderà dalle risorse. Ma anche riuscire a combinarli con la formazione ha un presupposto necessario, l’efficienza del collocamento.

Martedí 08 Gennaio 2002