Ammalarsi di privato

30/01/2004


 
venerdì 30 Gennaio 2004

Ammalarsi di privato
La Cgil denuncia lo smantellamento della sanità pubblica. E avvia la mobilitazione

SARA MENAFRA

ROMA
E’un attacco frontale quello che la Cgil nazionale ha lanciato ieri contro le politiche sullo stato sociale del governo Berlusconi. L’occasione è quella di un convegno di tre giorni organizzato dal sindacato a Roma sul tema «Diritto alla salute, un sistema di qualità». E la presa di posizione è arrivata subito, all’apertura dei lavori, per bocca del segretario nazionale Guglielmo Epifani: «Servizi fondamentali come la sanità, la scuola, l’assistenza e la previdenza sono sotto attacco. E’ il momento di mobilitarsi in difesa dei diritti dei cittadini». Prima di lanciare la sfida al governo sul tema dello stato sociale, e nell’attesa di concordare le prossime mosse anche con Cisl e Uil, la Cgil ha deciso di riunire tutti i quadri che nei prossimi mesi guideranno la mobilitazione in un mega-convegno formativo, a cui hanno partecipato circa 1000 delegati, e che si concluderà con una manifestazione pubblica sabato mattina nell’ex palazzetto dello sport dell’Eur.

E dalle decine di relazioni che si susseguiranno fino ad oggi pomeriggio emergono alcuni dati allarmanti. Secondo la Cgil i tagli contenuti nell’ultima legge finanziaria hanno assestato il colpo decisivo ai bilanci di regioni, province e comuni. «A questo punto – spiega Achille Passoni, aprendo i lavori del convegno – dopo che per anni si sono prodotti tutti i risparmi possibili l’unico scenario che si prospetta è quello dell’impoverimento». Il progetto di Berlusconi, aggiunge Passoni, è quello di impoverire progressivamente il sistema, renderlo inefficiente, fino al punto in cui saranno gli stessi cittadini italiani a spostarsi esclusivamente sui servizi privati. La tendenza è già in atto, tanto che dalla fine degli anni `90 i cittadini italiani spendono nel privato più dei vicini europei: il 30% della spesa sanitaria totale, a fronte di una media del 25% nel resto dell’Unione.

A lungo andare, però, la tendenza al privato rischia di far spendere di più. Negli Stati uniti, dove il sistema sanitario è quasi totalmente privatizzato, la spesa procapite è di 4.271 dollari contro i 1.676 italiani. E questo nonostante 40 milioni di americani siano totalmente privi di assistenza sanitaria.

Che la spesa dell’Italia dedicata alla sanità sia troppo bassa lo dice persino il Fondo monetario internazionale, per il quale il nostro livello di investimento è incompatibile sia con il numero di abitanti che con il forte livello di industrializzazione. Nonostante questo, un rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità che nel 2000 metteva a confronto 191 paesi ha definito quello italiano uno dei migliori del mondo.

Insomma la soluzione è aumentare nuovamente le tasse? «La politica del governo di continua riduzione dei contributi è sbagliata – conferma Passoni – perché quando lo stato sociale si riduce al minimo sono i più deboli a pagare di più». Insomma la Cgil è disposta anche a rompere il tabù delle tasse: «Bisogna aumentare gli investimenti e pensare da subito a una tassa di scopo che finanzi un fondo sanitario nazionale per i non autosufficienti. Mi pare che il governo abbia già dimenticato i 4000 anziani morti per il caldo la scorsa estate». La critica del sindacato riguarda praticamente tutti gli interventi voluti dal governo nell’ultimo anno. Compresa la creazione di una Agenzia farmaceutica nazionale che dall’anno prossimo si occuperà di decidere quali saranno le medicine gratuite avendo come unico parametro la spesa sostenuta nell’anno precedente. «Facciamo un esempio – spiega Francesco Taroni dell’Asr emiliano romagnola – per il 2003 la spesa prevista era del 16% e quella effettivamente sostenuta del 17% l’agenzia si occuperà di recuperare il denaro perduto tagliando alcuni farmaci, sotto il controllo esclusivo del ministero dell’economia e senza nessun passaggio politico che formalizzi il tutto». Ultima richiesta un fondo di riequilibrio capace di appianare le differenze tra le risorse delle diverse regioni d’Italia.

La prossima tappa sarà capire se Cisl e Uil seguiranno la Cgil su questa strada oppure no.