Americani in affanno: tanto grasso, poca carne

30/07/2002


30 luglio 2002



Americani in affanno: tanto grasso, poca carne
97 milioni di obesi. E dopo la denuncia di un consumatore parte la causa contro le più famose catene alimentari


FRANCO PANTARELLI


NEW YORK
La notizia sembra una delle classiche «mattane» americane: un signore di 56 anni, 1.75 di altezza e 122 chili di «larghezza», ha denunciato i quattro cavalieri dell’apocalisse mangereccia di questo Paese – McDonald’s, Wendy’s, Burger King e Kentucky Chicken – perché dopo aver trangugiato per anni le loro prelibatezze si ritrova con la stazza di cui si diceva, con due infarti alle spalle, la pressione del sangue alta, il colesterolo a livelli di guardia e il diabete. Non si sa che risarcimento intenda chiedere Caesar Barber, l’uomo in questione, ma questa sua iniziativa lo colloca in compagnia di quella signora che denunciò McDonald’s perché le era stato servito un caffè tanto caldo da scottarle le dita e la lingua (ottenendo alcune centinaia di migliaia di dollari), o di quei genitori che denunciarono Burger King perché dentro i sacchetti di patatine che distribuiva c’erano dei giocatolini troppo piccoli e i loro figli che li mettevano in bocca rischiavano di soffocare. Per non parlare dello «storico» processo contro le compagnie del tabacco di alcuni anni fa, conclusosi con un risarcimento gigantesco. Ma l’avvocato di Barber dice che la cosa è molto più seria di quanto appare. L’oggetto del contendere che il tribunale del Bronx dove la denuncia è stata presentata dovrà dirimere, infatti, alla fin fine è quello della pubblicità, o meglio del tasso di verità contenuto nelle baggianate che racconta, nonché quello dell’obesità che negli Stati Uniti sta diventando un problema di vaste proporzioni. «Dicevano `carne al cento per cento’ e io pensavo che ciò significasse che faceva bene, che il cibo fosse ok», dice un po’ attonito Barber. «Ma quelli negli annunci non ti dicono cosa c’è davvero nel cibo. In pratica è tutto grasso, grasso e ancora grasso. E io adesso mi ritrovo obeso. L’industria del fast food ha rovinato la mia vita». E l’avvocato, Samuel Hirsch, incalza: «Se uno che vende cibo omette di avvertire il cliente che quel cibo porta detrimento alla sua salute siamo di fronte a un palese inganno».

La reazione dell’Associazione dei ristoratori, che raccoglie 800.000 locali, è stata immediata. «E’ una denuncia senza senso e senza basi», dice Steven Anderson, che di quella associazione è il presidente. Le quattro catene di fast food citate – aggiunge – sono anni che indicano regolarmente gli ingredienti contenuti nei piatti che offrono, sicché l’ovvio intento della denuncia è quella di capitalizzare sulla recente pubblicità che è stata data al crescente tasso di obesità in America». E qui è il punto del problema di cui si diceva che minaccia (o promette) di far diventare questa denuncia un po’ buffa il battistrada di una nuova battaglia «epica».

I dati dicono che almeno 97 milioni di americani sono sovrappeso e basta andare in giro per rendersi conto (con un po’ di pena) che non si tratta di dati fasulli. Ma il problema non è solo estetico. Altri dati dicono che l’obesità è la causa della gran parte delle malattie cardiovascolari e che causa almeno 300.000 infarti mortali l’anno; che le probabilità degli obesi di contrarre il cancro al colon sono dieci volte più alte di quelle dei magri e che la maggior parte dei malanni minori, quando colpiscono un obeso diventano automaticamente rischiosi. Ma il dato con cui fare di più i conti è forse che quasi nessuno mostra di saperlo, o di crederci. Interrogati in merito, solo sei americani su cento indicano l’obesità come una possibile causa di cancro e solo il 25 per cento la ritiene causa delle malattie cardiache. Che il pubblico ignori le conseguenze di quella che viene chiamata «l’epidemia di obesità» è grave, ma ancora di più lo è che a ignorarle siano quelli che stanno lì apposta per prendersi cura della salute pubblica: le autorità sanitarie, i medici, le compagnie di assicurazione, le industrie alimentari, indicate in quest’ordine i un recente convegno del National Institute of Health, l’equivalente dell’Istituto superiore di sanità, come responsabili della situazione.

«Che il più visibile e più facilmente misurabile rischio non venga preso sul serio è semplicemente assurdo», hanno denunciato un gruppo di medici intervenuti a quel convegno, poi conclusosi con l’emanazione di una nuova «guideline» ai medici per incoraggiarli a «discutere» con i loro pazienti il problema. La cosa ha avuto un certo «ritorno» sui media e figuriamoci se passava inosservata agli avvocati, sempre alla ricerca di «nuove frontiere». La causa intentata da Caesar Barber è il segno di ciò, per cui c’è da aspettarsi che molti altri lo seguiranno, trasformando la vicenda in una sorta di «carica degli obesi». Se il nuovo atteggiamento richiesto ai medici funzionerà lo dirà il prossimo futuro. Ma intanto quel convegno dell’Nih ha prodotto un messaggio che ha cominciato a circolare su Internet. «I giapponesi – dice – mangiano pochissimi grassi e soffrono meno attacchi di cuore di americani e inglesi. I francesi mangiano molti grassi e bevono molto vino e anche loro soffrono meno attacchi di cuore di inglesi e americani. Gli italiani bevono un’eccessiva quantità di vino rosso e anche loro soffrono meno attacchi di cuore di inglesi e americani. Conclusione: mangiate e bevete quello che vi pare, perché tanto la cosa che vi uccide dev’essere l’uso della lingua inglese».