Altro che cultura della flessibilità (I.Corraini)

19/11/2007
    sabato 17 novembre 2007

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    Terziario – Oggi sciopero

      Altro che cultura della flessibilità
      la Confcommercio sa solo tagliare

        di Ivano Corraini
        Segretario generale Filcalms-Cgil

          Oggi due milioni di lavoratori del terziario commerciale e di mercato scioperano per l’intera giornata. Lo fanno perché, da quasi un anno, sono senza contratto nazionale di lavoro. E, si sa, l’aumento salariale che non c’è dovrebbe durare un biennio. E sì, perché la partita aperta per il rinnovo si è interrotta!

          È andata così. All’ultimo incontro programmato, la Confcommercio non si è nemmeno presentata rompendo le trattative in un modo che ha dell’incredibile. Ha fatto leggere un comunicato che nelle motivazioni mischiava elementi disomogenei: i costi, ritenuti eccessivi, della piattaforma e la loro ostilità al protocollo del 23 luglio. Una classica rottura politica, degna di altri tempi, che con il merito negoziale ha poco da spartire. A essere maligni ci sarebbe da pensare che, da parte di Confcommercio, si attendono tempi migliori, magari con un governo diverso dall’attuale.

          Per comprendere meglio le ragioni della "rottura", ci soccorre l’intervento di Francesco Rivolta, presidente della delegazione alle trattative di Confcommercio, pubblicato su queste colonne all’inizio del mese. E ringrazio, per ciò, sia l’estensore che il direttore che lo ha ospitato.

          Analizziamo, in primo luogo, l’ostilità verso il protocollo del 23 Luglio per le norme attinenti la materia a disposizione delle parti sociali: «Il protocollo di luglio ha determinato l’eliminazione del lavoro a chiamata e la penalizzazione di istituti contrattuali quali il part-time. Il rapporto Cnel sul 2006 ci dice, invece che dei 425 mila posti aggiuntivi circa la metà sono occupati da donne perché ha influito positivamente l’andamento del part-time» sostiene Rivolta.

          Voglio ricordare un fatto semplice: il contratto di lavoro scaduto un anno fa aveva corretto in modo più ampio di quanto non abbia fatto il recente protocollo sul Welfare lo scempio operato dalla legge 30 sull’istituto del part-time. Non solo. In quel contratto si convenne di non dotare di norme applicative il lavoro a chiamata. Tutte cose pattuite liberamente fra le parti.

          Da ciò, qualche semplice domanda (forse retorica): in quale contesto normativo si sono registrati i successi occupazionali delle tipologie di part-time di cui parla Francesco Rivolta? Perché non sono stati oppressi dai vincoli determinati dai diritti dei lavoratori in quel contesto affermati?

          Mi viene da pensare, allora, che affermazioni di quella fatta indichino una volontà politica precisa. Non solo quella di non rispondere alle attuali richieste della piattaforma sindacale, ma, di più, di operare una sorta di vendetta postuma rispetto al contratto precedente.

          Della stessa tensione politica sono rette le antiche richieste di liberare il terziario dai lacci e lacciuoli che lo graverebbero e che sarebbero incrementati dalle nuove disposizioni in materia di lavoro.

          Si tratta, questa volta, del Durc, si tratta della denuncia dell’instaurazione del rapporto di lavoro il giorno prima dell’inizio effettivo del lavoro e non, com’ora avviene con troppa frequenza, il giorno prima dell’infortunio, e, si tratta della modulistica per rassegnare le dimissioni onde evitare la piaga delle lettere firmate in bianco allegate al contratto di assunzione. Modulistica semplificatrice delle procedure e che si può scaricare anche da internet. Ma con un difetto: di avere un numero sequenziale che ne indica la data precisa.

          Insomma, trattasi di disposizioni di autentica civiltà nei rapporti di lavoro.

          Il cuore della riflessione riguarda però il terziario, la sua caratteristica di settore specifico per il quale il valore aggiunto della qualità del servizio inteso come efficienza organizzativa, efficacia nellatransazione, il contesto positivo di rapporti con il fruitore finale del servizio, la necessaria flessibilità dell’organizzazione del lavoro e delle componenti che la declinano (quali, in primo luogo l’orario di lavoro), vengono individuate come fattori di successo per l’impresa e indicatori di produttività.

          Questa visione del terziario commerciale è patrimonio delle parti sociali che nei decenni precedenti si sono misurate sul sistema delle relazioni sindacali.

          Il part-time fu introdotto con la negoziazione tra le parti nella grande distribuzione commerciale organizzata nel 1974, dieci anni prima che fosse previsto da una legge dello Stato. Gli stessi orari di lavoro plurisettimanali (periodi con orario di lavoro settimanale superiore alle ore contrattuali, compensato da periodi a meno ore), per far fronte alla variazione dei flussi, furono introdotti dalla contrattazione collettiva nazionale nel terziario venti anni fa. Eppure fanno parte del dibattito contrattuale di oggi negli altri settori.

          Questo è un patrimonio acquisito dalla cultura negoziale nei settori del terziario e, quindi, anche del sindacato, avendole, queste flessibilità, già realizzate. Ma allora perché oggi paludandosi di nuovo le si propone come necessarie e le si propone dentro il contesto di liberare l’organizzazione del lavoro da rigidità?

          La risposta non sta nel fatto che quelle flessibilità anticipatorie del dibattito anche negoziale di oggi, sono definite da regole valide per entrambe le parti, sono soggette a contrattazione, danno un minimo di certezza ai lavoratori a riguardo del loro orario di lavoro e, se attuate, danno un lieve beneficio aggiuntivo ai lavoratori che ne soono coinvolti.

          È questo che si vuol tagliare. Ecco la modernità della nuova Confcommercio: il vecchio che avanza. Altro che cultura del terziario e delle flessibilità. La proposta che si intravede è, infatti, quella di un vagheggiare di un «orario medio annuo» a disposizione delle imprese.

          Ma anche sulla questione dei costi si ritorna all’antico: si dice che la piattaforma costa quasi il 9 per cento. Ora, se il salario, 78(!) euro per il biennio in corso è la richiesta, con i risicatissimi margini negoziali fa riferimento a un 4 per cento di inflazione nel biennio, dove sta l’altro 5?

          Non sarà per caso determinato dal superamento del periodo di prova per i contratti a termine successivi al primi, o dalle conferme anticipate dei lavoratori apprendisti dopo che li si è visti lavorare per tre anni e che, ragionevolmente, si è potuto anche valutarli, o da impegni contrattuali per affrontare i processi di terzializzazione, o regole per affrontare il grande problema del lavoro domenicale?

          Non lo sappiamo. Perché anziché dircelo, la Confcommercio ha preferito abbandonare il tavolo per poter fare propaganda e perseguire strade antiche.

          Concordo con la chiusura dell’articolo di Rivolta: «Il settore del terziario ha esigenze fisiologiche che vanno colte; occorre lavorare per evitare distorsioni e abusi, non per tornare indietro». Soprattutto, tanto indietro da vedere scomparso il sindacato dalle imprese e le condizioni di lavoro dei lavoratori determinate unilateralmente dalle imprese stesse.