Altre lettere in arrivo

02/07/2002


2 luglio 2002



Altre lettere in arrivo
Sui giornali email dell’estate 2001, è giallo sulle richieste successive


A. MAN.


Ora viene fuori che le lettere di Marco Biagi sono più di cinque. Sette, otto, dieci, possono essere anche cinquanta. La procura di Bologna non ha ancora completato l’analisi degli hard disk, l’anonimo che ha passato i testi a
Zero in condotta e Repubblica è stato molto più rapido. Quello che conta, in queste lettere, non è più la disperata richiesta di aiuto e protezione. A questo punto non c’è dubbio, Biagi aveva segnalato a tutti le minacce che riceveva: aveva scritto al presidente Casini, al direttore di Confindustria Parisi, al sottosegretario al lavoro Sacconi, al ministro Maroni. E non solo a questori e prefetti: questo significa che l’inchiesta interna affidata dal ministro Scajola al suo capo di gabinetto, il prefetto Sorge, era un bluff dall’inizio, un’indagione cioè destinata a fermarsi ai livelli operativi – prefetture, dipartimento di ps – mentre il problema della scorta di Biagi era stato in realtà affrontato a livello politico, tra ministri e uomini di governo, nelle stanze in cui Sorge non poteva certo mettere il naso. Era lì che si parlava di quel professore come di un «rompicoglioni», per dirla con Scajola. Gli uomini del capo della polizia De Gennaro ora lo ricordano con un pizzico di malizia: lo scandalo ormai non riguarda loro ma il ministroinveste solo il ministro.

Ma nella storia delle lettere contano soprattutto le date. Le email di Biagi finite su Repubblica sono state tutte spedite tra il 2 luglio e la fine di settembre. Un’altra, sempre a Casini, è dello stesso periodo, quella a Maroni del 23 settembre. Biagi non era ancora il padre del Libro bianco del ministro del lavoro, non c’era alcun conflitto con Sergio Cofferati. E non solo: il professore voleva la scorta ma aveva ancora la tutela, forma di protezione «debole»; solo la prefettura di Roma gli aveva già tolto tutto, Milano, Bologna e Modena l’hanno fatto tra la metà di settembre – quando Scajola ha emanato la circolare ammazzascorte – e il 3 ottobre, data di presentazione del Libro bianco.

Dal allora, però, non ci sarebbero più lettere. Solo a marzo, cioè pochi giorni prima di essere ucciso, Biagi tornerà a lamentarsi con Parisi, con il ministro dei servizi segreti Franco Frattini e con il Viminale. Tornerà a chiedere aiuto dopo aver letto il rapporto dei servizi, pubblicato anche da Panorama, nel quale senza fare il suo nome si indicavano come possibili bersagli delle nuove Br i personaggi coinvolti nelle trattative sul mercato del lavoro. Eppure, dalle testimonianze che si raccolgono in ambienti vicini alla famiglia e all’università di Modena, le minacce proseguivano. Che cosa ha fatto Biagi? Ha smesso di denunciarle?

Dice Maurizio Sacconi, il sottosegretario che al ministero era senz’altro il più vicino a Biagi e ieri ha di nuovo fatto visita alla famiglia: «Quando fu presa la decisione di togliergli la protezione su tutto il territorio nazionale non sollevò più il problema per mesi e continuò a lavorare con entusiasmo alla riforma». Niente più lettere? Sacconi non lo dice, anzi fa capire il contrario. Qualcuno al ministero parla di fax, alti funzionari parlano di una telefonata a Gianni Letta. «Non ci sono più state lettere dello stesso tenore, ma in messaggi in cui parlava d’altro – dicono al ministero – Biagi ricordava anche la scorta». Tutti si aspettano che vengano fuori altre lettere, o comunque altre prove delle preoccupazioni da Biagi. Forse però non parlano di Cofferati, o per qualche altra ragione la la «fonte anonima» di Valerio Monteventi, il direttore di Zic che per primo ha avuto le lettere, non ha pensato di diffonderele. L’informatore, infatti, manipolando la lettera a Parisi, non ha voluto togliere l’accenno a Cofferati (ché altrimenti l’avrebbe cancellato anche dalla lettera a Casini), bensì il riferimento alla persona che aveva informato Biagi delle «minacce» del segretario Cgil, persona ritenuta «attendibile».

Ci sono ottime ragioni per pensare che la fonte di Zic possa portare a quella persona. Che forse sa qualcosa anche delle telefonate anonime, se non del delitto. Questi neobrigatisti, infatti, sono strani. Ma lo sarebbero molto di più se avessero minacciato Biagi prima di sparargli.