All’interno del Wto la guerra è già scoppiata

19/03/2003

ItaliaOggi (Economia e Politica)
Numero
066, pag. 6 del 19/3/2003
Giuseppe Pennisi


Tra gli Usa e gli altri paesi.

All’interno del Wto la guerra è già scoppiata

Non sappiamo ancora se e quando, in seguito al vertice Usa-Gran Bretagna-Spagna tenuto questo fine settimana alle isole Azzorre, il nuovo conflitto armato nel Golfo entrerà in quella che in gergo militare viene chiamata la fase operativa. Sappiamo, però, che sulle rive del lago Lemano, al Centro William Rappart (edificio dall’architettura popolar-magniloquente degli anni 30), immerso nel verde del parco Mon Repos (raramente una denominazione fu così errata!), la guerra è già scoppiata. È la guerra commerciale tra gli Stati Uniti, in sella a un nuovo unilateralismo, e gran parte del resto degli altri paesi membri dell’Organizzazione mondiale del commercio (World trade organization, Wto).

Su ItaliaOggi abbiamo già ricordato la guerra silenziosa che gli Usa stanno conducendo contro la proposta dell’Unione europea (Ue) di introdurre una regolazione sugli scambi di acqua, nell’ambito del negoziato commerciale multilaterale inaugurato nel novembre 2001 con la conferenza ministeriale tenuta a Doha nel Qatar. La regolazione sugli scambi di acqua sarebbe il grimaldello per porre le basi di un codice internazionale delle acque di cui c’è urgente bisogno come dimostrato dalle indicazioni che giungono dal terzo foro mondiale sull’acqua in corso in questi giorni a Kyoto.

La motivazione ufficiale posta dalla delegazione americana è che la proposta Ue complicherebbe un già complesso negoziato; in effetti, gli Usa temono che le regole sanciscano il primato tecnico, organizzativo e finanziario delle multilaterali europee nel comparto.

In parallelo, con il no americano in materia anche solo di iniziare una trattativa sulle regole per il commercio di acque, non solo gli Stati Uniti hanno attuato o minacciato dazi di ritorsione in vari settori (siderurgia, in primo luogo), hanno varato una legge agricola interna che rende più difficile una trattativa internazionale e stanno moltiplicando il proprio contenzioso specialmente con l’Ue, ma sono stati il solo paese che, la settimana scorsa, non ha apposto la propria sigla alla convenzione che avrebbe consentito un’ampia deroga alle regole Wto per l’acquisto, da parte di paesi in via di sviluppo, di medicine generiche. L’accordo sarebbe stato il primo passo per potenziare la campagna contro epidemie e pandemie, Aids, tubercolosi, malaria, che imperversano nel Terzo mondo e allontanano le prospettive di uscire dalla povertà per 4 miliardi di uomini e donne. La decisione degli Usa (su cui ha, senza dubbio, pesato non poco l’influenza dell’industria farmaceutica del paese) ha di fatto privato di validità l’accordo.

Come spiegare questo atteggiamento, un vero e proprio voltafaccia se raffrontato con il programma elettorale di Bush in materia di commercio internazionale? E quali le implicazioni?

Facciamo due passi indietro. In primo luogo, dalla fine della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti sono stati il motore del processo di liberalizzazione, su base multilaterale, degli scambi internazionali. La carta dell’Avana che sarebbe dovuta essere la base dell’Organizzazione mondiale del commercio (International trade organization, Ito) è stata redatta grazie a Washington come terzo pilastro (con il Fondo monetario e la Banca mondiale) dell’ordine mondiale da ricostruirsi nel dopoguerra. In seguito alla mancata ratifica della carta e della mancata nascita dell’Ito, è stata la tenacia americana a far sviluppare un accordo provvisorio (quale il General agreement on tariffs and trade, Gatt) come la cornice per l’apertura degli scambi mondiali di manufatti e in tempi più recenti di servizi.

Anche la trasformazione del Gatt in Wto deve molto all’iniziativa americana.

Infine, la conferenza di Doha, e la Doha development agenda (Dda), non avrebbe avuto un esito positivo, a poche settimane dall’11 settembre 2001, senza la determinazione della delegazione Usa. In secondo luogo, con poche eccezioni, nell’ultimo quarto di secolo i presidenti repubblicani sono stati più favorevoli alla liberalizzazione degli scambi su basi multilaterali di quanto non lo siano stati i presidenti democratici. Infatti, dai tempi della guerra in Vietnam, i sindacati (molto influenti nel partito democratico) hanno voltato la spalle alla tradizione internazionalista da loro tenuta dal 1945 alla metà degli anni 70. Il programma elettorale di Gore era denso di tentazioni protezioniste, mentre quello di Bush era apertamente libero-scambista.

Quindi, la guerra in corso al Wto non è in linea né con la tradizione americana né con quella del partito repubblicano. A giudizio del vostro chroniqueur, grande frequentatore, dalla fine degli anni 60, del Gatt prima e del Wto, la spiegazione risiede nell’ondata di unilateralismo che attraversa gli Stati Uniti a ragione dell’atteggiamento di molti governi europei nei confronti dell’Iraq.

Washington si sente lasciata sola, nelle mani di un sinedrio (il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite) che ha poco titolo per dare lezioni di democrazia, di efficienza e di efficacia. È costretta a fare da gendarme mondiale a tutela delle libertà altrui (prima ancora che delle proprie), contro le piazze, gli esecutivi e i parlamenti per la cui libertà, nel corso dell’ultimo secolo, molto sangue è stato versato da giovani americani.

È sintomatico che proprio mentre la delegazione Usa faceva saltare l’accordo sulle medicine, la Casa Bianca e il Congresso destinavano 15 miliardi di dollari a debellare epidemie e pandemie nel Terzo mondo.

Dalla guerra al Wto, se prosegue, usciremo tutti perdenti. L’unilateralismo, ricordiamolo, non si combatte con le preci e con le invocazioni. Ma con atti concreti di condivisione del bene, o anche solo, degli interessi comuni.