Alle donne il part time piace meno

09/06/2003


09 Giugno 2003

L’OCCUPAZIONE FEMMINILE CRESCE DI UN MILIONE DI UNITÀ IN 4 ANNI. SUD PROTAGONISTA
Alle donne il part time piace meno
Trend in calo dopo 10 anni, più posti fissi


ROMA
A sorpresa scende il numero delle donne che lavorano part time, soprattutto al Sud. Per la prima volta in dieci anni il numero delle occupate a tempo parziale non solo non è cresciuto, ma è addirittura diminuito: da 1 milione e 426 mila nell’aprile del 2001 a 1 milione 376 mila nello stesso mese del 2002. Il dato emerge da un’indagine condotta dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali e dalla Ue sulla partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Secondo questo studio, a diminuire sarebbero in particolare le lavoratrici autonome part time e quelle con contratti a termine a tempo parziale che, se nel 2000 erano il 4 per cento delle occupate, due anni dopo rappresentano meno del 3,5 per cento delle medesime. Le lavoratrici con contratti permanenti invece nello stesso periodo sono aumentate di 492 mila unità, 312 mila delle quali con contratti a tempo pieno.
Il dato è tanto più sorprendente se si considera che il part time femminile scende soprattutto nel Mezzogiorno. I dati regione per regione segnalano infatti una crescita del full time diffusa ovunque con ritmi diversi ma nel complesso più accentuata al Sud. Una tendenza che si somma a quella che vede diminuire nel Meridione i contratti femminili a tempo determinato e aumentare quelli a tempo indeterminato, il cosiddetto «posto fisso».
Diverso il trend del mercato del lavoro maschile, dove in generale, e in particolare nel Centro Nord, aumentano sia il part time che i contratti a tempo determinato.
Per quanto si sia impennata negli ultimi anni, salendo da 7.345.000 a 8.236.000 dal 1998 al 2002, l’occupazione femminile continua tuttavia a scontare un divario notevole rispetto a quella maschile. Basti dire che, secondo un’altra ricerca condotta per il ministero del Lavoro («I numeri delle donne», di Lea Battistoni), il tasso delle donne senza lavoro è ancora doppio rispetto a quello degli uomini. Una forbice che si accentua paurosamente nel Mezzogiorno e nelle Isole, dove raggiunge il 22,8% nelle donne fra i 30 e i 39 anni, contro il 4% al Nord. Contribuendo a far lievitare il dato della disoccupazione meridionale (di ambo i sessi) che nel 2002 era al 18,8% e nel gennaio 2003 è ulteriormente calato dello 0,2%, a causa dell’incapacità del Sud – osserva lo Svimez, che ha elaborato cifre Istat – di stabilizzate gli incrementi registrati negli anni precedenti.
Qualche esempio, tratto questa volta da una ricerca del Censis: su 100 persone disponibili a lavorare, a Modena e a Bergamo non ne lavorano 2, a Udine 4, a Prato 5, a Latina 10, a Enna e Cagliari 20, a Napoli 25. Fra le donne, solo 3 restano senza lavoro a Modena, ma ben 36 a Napoli.
Secondo lo studio di Battistoni fra le lavoratrici resta inoltre uno scarto di retribuzione, in Italia come peraltro altrove. Il reddito medio da lavoro nel 2000 ha raggiunto infatti 15.259 euro per gli uomini, 11.517 per le donne. E il gap è più sensibile per le professioni a reddito più elevato, mentre le differenze si attenuano fra impiegati e insegnanti. Una parte del divario registrato sarebbe imputabile al minor numero di ore lavorate mediamente, ma anche il reddito orario resta a favore degli uomini.
Secondo la stessa ricerca i contratti flessibili non sembrano aver ancora risposto alle esigenze delle donne lavoratrici. Tra le occupate a tempo parziale, il 29% è part time involontario, il 24% sarebbe dovuto a carichi familiari e solo il 29,5% è frutto di una scelta volontaria. Nel Mezzogiorno è volontario solo il 27,1% mentre il 406% è involontario e il 13,8% è legato alle incombenze della famiglia. Inoltre vi sarebbero più «chance» di carriera per le donne occupate nel sommerso che per quelle che hanno optato per i contratti atipici