ALL’ASSEMBLEA DEI DELEGATI DELLA GRANDE DISTRIBUZIONE ORGANIZZATA I SOVVERTIMENTI DEGLI ULTIMI ANNI E LE POSSIBILI RISPOSTE SINDACALI

10/07/2006

FILCAMS-Cgil
Federazione lavoratori commercio turismo servizi
Ufficio Stampa
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10 luglio 2006

ALL’ASSEMBLEA DEI DELEGATI DELLA GRANDE DISTRIBUZIONE ORGANIZZATA I SOVVERTIMENTI DEGLI ULTIMI ANNI E LE POSSIBILI RISPOSTE SINDACALI

Una precisa radiografia della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) è stata tracciata dalla Filcams nell’assemblea nazionale del settore, riunendo 300 delegati aziendali e responsabili sindacali dei territori.

«È il momento di chiederci come affrontiamo la contrattazione, come difendiamo i diritti dei lavoratori e quale sfida siamo in grado di lanciare alla grande distribuzione», questa era la premessa dell’assemblea. Perché, molto è cambiato nel commercio in una manciata d’anni. Un settore nel quale operano 3,4 milioni di persone, delle quali 1,6 milioni sono lavoratori dipendenti. Nel blocco dei dipendenti, 400mila sono occupati nella GDO: 350mila nelle società private, 50mila nelle società cooperative di consumo. Un settore dove l’occupazione femminile domina con il suo 70 per cento; e un settore che fattura 800 miliardi d’euro l’anno.

Che cosa è successo, negli ultimi anni, nell’organizzazione del settore? Marinella Meschieri, segretaria nazionale e responsabile della contrattazione nel commercio, nella relazione ha tratteggiato un panorama che la legge Bersani – la legge di riforma del commercio del 1998 – ha movimentato, aumentando il livello di concorrenza del sistema distributivo, ma non è riuscita a mettere in ordine rispetto ai territori. È così che, dice Meschieri, il 65 per cento della distribuzione è, ancora, di tipo tradizionale, e tuttavia il sistema è molto squilibrato con regioni, quali Lombardia, Piemonte, Friuli e Venezia Giulia, Marche, dove la GDO è alla saturazione e territori, quali il Lazio, il Meridione, le isole, dove lo sviluppo della GDO è parecchio al di sotto delle soglie nazionali.

È un disequilibrio provocato dalle normative regionali, alcune delle quali mancano di programmazione e di prospettiva di sviluppo, costruite perfino contro la normativa nazionale.

Il sindacato non si assolve di tutte le colpe. Non in tutte le regioni, dice Meschieri, sono stati attivati i tavoli previsti in merito all’armonizzazione delle aperture nella GDO rispetto agli orari dei servizi pubblici. Uno dei problemi più sentiti, e più controversi, è relativo alle aperture domenicali e festive, al nastro orario dei magazzini, alle turnazioni di lavoro. Queste sono appunto materie che riguardano la legge commerciale nelle sue diverse applicazioni territoriali. «Il confronto va aperto a tutto campo – dice Marinella Meschieri – perché, se è gravoso lavorare in un magazzino di periferia fino alle 23, diventa drammatico se non vi sono trasporti pubblici urbani, così come può essere molto difficile avere orari "sbagliati" rispetto agli orari di asili e scuole. Riteniamo che debba essere chiesto ai comuni e alle regioni di ridurre il numero delle aperture domenicali e di mettere uno stop a nuovi insediamenti in aree già sature. Perché, il riflesso delle aperture incongrue non porta all’aumento dell’occupazione, ma, al contrario, alla riduzione di personale, a maggiori carichi di lavoro, ad aumento della precarietà».

Ma è nelle relazioni sindacali che la GDO ha registrato i più grandi cambiamenti e, per il sindacato, il pericolo della messa in discussione dei diritti acquisiti. I grandi gruppi stranieri, francesi innanzitutto e poi tedeschi, che sono subentrati, con l’acquisto, alle catene italiane della GDO, quali Auchan, Carrefour, Lidl, Billa, stanno disconoscendo una lunga storia di accordi sindacali. Li stanno disdettando e li hanno, in parte, già disdettati. Il calo dei consumi, dice Marinella Meschieri, frutto della recessione, e fors’anche del declino industriale, spinge le catene della distribuzione, oltre a ridurre i propri margini, a recuperare redditività ; tagliando i costi. E in un settore dove il costo del lavoro rappresenta un terzo dei costi di gestione, è ben evidente quali possono essere i prezzi da pagare che le direzioni pongono in groppa ai lavoratori. Questi prezzi, dice Meschieri, sono la riduzione dei contratti a tempo determinato, l’ingresso nel maggior numero possibile di tirocinanti e stagisti, l’aumento dei carichi di lavoro, l’ulteriore flessibilità degli orari di lavoro. La contrattazione nella GDO, che un tempo era costruita sulla qualità del servizio da offrire al cliente, oltre che sulla parità di costo tra le catene per azzerare qualsiasi possibilità di dumping, oggi corre il rischio di incidere sull’intera filiera del prodotto in scaffale, dunque sulla relazione tra l’agricoltura e l’industria, che producono il prodotto, e il commercio che lo distribuisce.

Certo non aiuta la catena produzione-consumo, una presenza di proprietà straniera nella GDO che non ha eguali in altri paesi. Il fatto è che, all’origine di questo vero e proprio cedimento dell’imprenditoria italiana, c’è – secondo il giudizio di Nicoletta Rocchi, segretaria nazionale confederale e responsabile dei settori terziari – la debolezza delle antiche famiglie imprenditoriali che hanno scelto di ricollocarsi nei settori protetti. Rocchi richiama la «profonda» crisi della finanza pubblica, dei conti pubblici affossati «dallo sgoverno del centrodestra».

E tuttavia, come reagire al mutare di una realtà, si chiede Ivano Corraini, segretario generale della Filcams. Quel sistema protetto e chiuso al cortile di casa, per le imprese, per la Confcommercio e anche per i sindacati; un sistema che permetteva di produrre una contrattazione di grande respiro e di grandi diritti, non c’è più. È finito con l’acquisto delle catene distributive da parte di grandi gruppi che operano in cortili di dimensioni mondiali, e comunque, al minimo, di dimensione europea. Corraini dice di non credere ai contratti europei, non si tratta di questo, ma piuttosto di aggredire, in partenariato con le confederazioni, la dimensione di filiera: «Noi dobbiamo aggregare produttori e distributori, e dobbiamo rivedere e lavorare sulla "Bersani", dobbiamo lavorare e mobilitarci sugli orari, sul riconoscimento delle festività irrinunciabili».

È tempo di ragionare sulla legislazione nazionale del commercio e sulla contrattazione nazionale, dice Corraini, un impegno in capo al quale, a suo avviso, si devono mettere tre «riconquiste»: quella della dignità del lavoro, delle relazioni sindacali, delle opportunità sindacali sulle relazioni sindacali.