Allarme delle categorie sul nuovo redditometro

24/09/2010

Chi dovrà farci i conti per primo, i professionisti che assistono i contribuenti, ne teme l’impatto e le ripercussioni, nonostante le rassicurazioni e i toni concilianti dell’agenzia delle Entrate. Il nuovo redditometro preoccupa commercialisti, consulenti del lavoro e avvocati tributaristi. Non tanto per l’obiettivo ufficiale – perseguire le macroscopiche sproporzioni fra tenore di vita e reddito dichiarato – quanto per i possibili effetti collaterali. «E sarebbe davvero un peccato – osserva Claudio Siciliotti, presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili – perchè nello strumento crediamo.
Il redditometro è molto democratico perchè permette di tarare le imposte su un elemento certo, ciò che uno ha speso. Se un contribuente dichiara 10mila euro e poi ne spende 100mila, per comprare e mantenere auto, yacht, per frequentare circoli privati e beauty farm, è giusto che venga braccato dal Fisco». Dove nasce allora il problema? «Ascoltando i tecnici dell’amministrazione finanziaria – aggiunge Siciliotti – si ha la sensazione che si voglia fare un passo in più. Vale a dire, alle spese, in qualche maniera, rintracciabili, se ne vorrebbero aggiungere altre "presumibili" in base a fattori come la città in cui il contribuente vive, il nucleo familiare ovvero la asserita voluttuosità di certe tipologie di uscite.
Ma se si punta a intercettare tutte quelle situazioni in cui dichiaro 10mila e si presume che ne guadagni 13mila, sforando dunque il margine del 20%, il redditometro diverrebbe uno strumento infernale. Se io compro una bella macchina e poi mangio pane e cipolle per tutto l’anno sarò libero di farlo? O solo perchè ho una bella auto si deve presumere che guadagno di più?».
L’Agenzia ha già fatto sapere che sta elaborando parametri statistici, nella scia del Dl 78/10, che si focalizzeranno sulla "normalità" delle situazioni. Ci saranno d’altronde due gradi di confronto con i contribuenti che potranno giustificare la propria situazione. «Nell’istante in cui si esce dall’accertamento basato sull’effettivo comportamento del contribuente – sottolinea però Enrico Zanetti, coordinatore dell’Ufficio studi del Cndcec – e si entra nel mondo della valorizzazione di criteri statistici e di normalità socio-economica, è evidente che lo strumento si evolve verso logiche più assimilabili a quelle di uno studio di settore per privati.
Nel compiere questa evoluzione, però, il fisco si tiene ben stretta la caratteristica propria dell’accertamento sintetico redditometrico, ossia quell’inversione del l’onere della prova in capo al contribuente che, viceversa, non era mai riuscito a ottenere con riguardo agli studi di settore per le partite Iva». Secondo il Cndcec, quindi, il nuovo redditometro assomiglierebbe a un ibrido, un po’ accertamento sintetico (inversione dell’onere della prova), un po’ studio di settore (presunzione su base anche statistica).
Preoccupazioni solleva anche il responsabile del settore economia del Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro, Pietro Panzetta: «Sarebbe stato auspicabile un confronto preventivo con le categorie da parte dell’Agenzia proprio per evitare un’applicazione troppo pervasiva del redditometro. Se ne dovrebbe evitare a ogni costo un uso improprio, mentre si rischia di innescare moltiplicatori che determinano per chi guadagna 10, magari, una spesa di 200».