Allarme del sindacato sulle crisi industriali

14/01/2005

    venerdì 14 gennaio 2005
    sezione: IN PRIMO PIANO – pag: 2

    Epifani: «Temo interventi di pura immagine» Pezzotta: «Si sgombra il campo da ottimismi fuori luogo»

    Allarme del sindacato sulle crisi industriali

    LINA PALMERINI

      ROMA • Dietro l’incontro di ieri sulla competitività, oltre quei 40 posti a sedere occupati da ministri e parti sociali, ci sono fatti e numeri. Ci sono più di 100 crisi industriali che Palazzo Chigi sta già esaminando e quasi 200mila lavoratori che rischiano il loro posto e il loro reddito. E la situazione è in involuzione: tra qualche mese, a marzo, scadrà la cassa integrazione speciale per 20mila lavoratori solo in Piemonte.

      Nell’agosto scorso, la Cgil, aveva calcolato 2.778 aziende coinvolte in procedure di mobilità o cassa integrazione per un totale di 158mila lavoratori. Situazioni che in alcune aree, come quella del polo chimico siciliano di Priolo-Gela o quello sardo di Ottana-Porto Torres, sono emergenze sociali. È questa la faccia che i sindacati hanno mostrato ieri al Governo parlando di perdita di competitività. Non basterà un incontro, nè uno o più provvedimenti per sanare le emergenze, occorre — secondo i sindacati — un programma che guardi fino alla fine della legislatura. Un testo, insomma, che non ripari solo agli errori della Finanziaria appena varata.

      Le idee del sindacato sono ambiziose ma non nuove. «È già tutto scritto», ha detto Guglielmo Epifani al premier illustrando le proposte del sindacato. Bastava, dunque, leggere. Già nel giugno 2003 Confindustria e sindacati avevano messo a punto un documento sulla perdita di competitività in cui elencavano le stesse priorità ripetute ieri.

      E, appena qualche mese fa, le parti sociali hanno siglato un’intesa sul rilancio del Mezzogiorno. Ieri, i temi sono stati gli stessi di quelle intese: occorrono risorse per l’innovazione e ricerca, una fiscalità di vantaggio per il Mezzogiorno, incentivi per favorire la crescita dimensionale delle imprese, risorse per gli ammortizzatori sociali vecchi e nuovi e decollo della previdenza integrativa. Nessuno si fa illusioni. «Temo che il Governo farà un intervento tardivo, di pura cosmesi e immagine», dice Epifani. Un lato positivo, per Savino Pezzotta c’è: «Si sgombra il campo dagli ottimismi fuori luogo. Se il Governo ci ha convocato sulla competitività è perché ammette il problema, la difficoltà. Questo è un nostro risultato».

      Eppure, ora che è riesplosa la crisi della TyssenKrupp (acciaierie) di Terni, il sindacato si trova a mani nude. «Non sappiamo quale strumento usare per contrastare le difficoltà di un’impresa che ora ha deciso di chiudere. Oltre pensare che non l’avrebbero mai permesso, in Francia o in Germania, a un’azienda italiana», dice Paolo Pirani della Uil, che parla di un intervento del Governo «a tempi scaduti».

      Le confederazioni hanno anche chiesto al Governo un tavolo di negoziato sul Sud, sulle crisi industriali e made in Italy. Per i sindacati, però, il rischio è che le singole crisi aziendali — spesso localizzate in regioni dove si voterà alle prossime elezioni — non vengano trattate come crisi di sistema ma diventino solo un tema da campagna elettorale. E che i provvedimenti sugli ammortizzatori sociali siano il prezzo politico.