All’alba Pezzotta disse a Tremonti: da noi niente sconti

19/09/2003


venerdì 19 settembre 2003

IL RETROSCENA
Il ministro va dal leader Cisl per illustrargli le misure della Finanziaria

All’alba Pezzotta disse a Tremonti: da noi niente sconti

      ROMA – «Non abbiamo fatto sconti al governo di centrosinistra e non ne faremo nemmeno a voi». Sono le otto di mattina. E ancora prima che la giornata cominci, Giulio Tremonti ha già incassato il «niet» del leader della Cisl Savino Pezzotta. Il ministro dell’Economia lo ha cercato di buon’ora, e gli ha parlato a lungo. Forse con la segreta speranza di portare al vertice di maggioranza notizie positive sul dialogo sociale tanto caro ai suoi principali critici: Alleanza nazionale e Udc. Prima gli ha spiegato come sarà la Finanziaria. «Non toccheremo la spesa sociale. Ci saranno soldi anche per il Mezzogiorno, utilizzeremo le risorse non spese quest’anno. E contiamo di avere un buon gettito dal condono, che pure non ci piace, ma ci darà una boccata d’ossigeno indispensabile». Poi il punto più delicato: le pensioni. «Non possiamo non fare la riforma strutturale». Tremonti gli fa capire senza giri di parole che è il prezzo da pagare, il «trade off» per poter avere da Bruxelles un più ampio margine di manovra sul deficit pubblico, e quindi sugli investimenti per rilanciare l’economia che gli stessi sindacati, insieme con la Confindustria, invocano. La Commissione europea non potrebbe dire di no, adesso che su questa strada si sono già incamminati i governi francese e tedesco. La riforma della previdenza che i tecnici del Tesoro hanno studiato, e che non dispiace al leader della Lega Nord Umberto Bossi, è graduale, come quelle della Francia e della Germania. Fino al 2008 solo incentivi e dopo aumento del minimo di contributi da 35 a 40. Se farlo di colpo, o meno, si può discutere, concede Tremonti. Comunque la non ostilità del sindacato, e soprattutto di quella parte che ha firmato il Patto per l’Italia, sarebbe apprezzata.
      Ma per Pezzotta il punto non è questo. Lui ha sempre detto che non si sottrarrà mai al confronto. È che una nuova riforma delle pensioni, tanto più posta in quei termini, lui non può mandarla giù. Mezza Cisl è già in fermento e pronta a scendere in piazza. Per essere ancora più chiaro, il segretario della Cisl ricorda a Tremonti un episodio: la manifestazione del 20 novembre 1999. A Palazzo Chigi c’era Massimo D’Alema. E al predecessore di Pezzotta, Sergio D’Antoni (che adesso sostiene il governo Berlusconi) fu sufficiente il semplice annuncio che il governo avrebbe fatto «una bellissima riforma delle pensioni» che sarebbe entrata «in vigore nel 2020» per scatenare una protesta solitaria, spaccando addirittura il fronte sindacale.
      Ora quel copione è destinato a ripetersi. Con una non trascurabile differenza. Questa volta, infatti, la riforma si farà. E se sarà come quella annunciata, la risposta non sarà certo una manifestazione «solitaria». Ma quasi certamente uno sciopero di tutti quanti. Una reazione a catena che il governo vorrebbe disinnescare, confidando magari in un atteggiamento più morbido del sindacato «che non si sottrae mai al confronto».
      Ma dalla firma del Patto per l’Italia ne è passata di acqua sotto i ponti. Eppoi le pensioni sono un’altra cosa. Senza considerare la piega che stanno prendendo i rapporti di forza all’interno della Cisl, che per quanto non decisivi per determinare la rottura con il governo, hanno comunque il loro peso. Così accade che Raffaele Bonanni, il segretario confederale che molti ritengono il principale candidato alla successione a Pezzotta, e che certo non passa per essere un estremista, abbia preso tutti in contropiede, persino la Cgil di Guglielmo Epifani (oltre allo stesso Pezzotta), proponendo in modo clamoroso lo sciopero generale. Proprio mentre il leader della Cisl ripete «non grido "al lupo, al lupo!", valuteremo che cosa fare solo dopo aver conosciuto la proposta del governo». Bonanni motiva la sua uscita con il fatto che «in giro c’è molta agitazione, mentre il governo va appresso a Bossi i pensionati e i lavoratori sono disorientati». E anche se poi precisa che «il segretario generale fa il suo mestiere, e lo fa bene», i segnali che la corsa alla successione è partita ci sono tutti.
Enrico Marro


Economia