Alla pensione pensa l’Unione

24/10/2002

24 ottobre 2002 – Anno XL N.43






LA RIFORMA PIÙ ROVENTE: BRUXELLES DETTA LE REGOLE



Alla pensione pensa l’Unione

 
di
 Roberto Seghetti

20/10/2002  





 Soldi e calcoli
Il problema previdenziale sarà affrontato a Bruxelles

Un muro di no blocca i governi quando toccano il tema previdenza. Che resta ineludibile. Con questi principi.

 
Il primo appuntamento per la riforma delle pensioni targata Europa è già fissato: mercoledì 23 e giovedì 24 ottobre a Bruxelles. Il comitato per le politiche sociali e il comitato per le politiche economiche del Consiglio d’Europa ascolteranno i rappresentanti di tutti i paesi dell’Unione, che riferiranno sulla situazione pensionistica nazionale e su come intendono rispettare gli 11 obiettivi di sostenibilità ed equità decisi a livello comunitario (riquadro a pagina 141).
Non si tratterà di una semplice enunciazione di dati e di proposte. I tecnici di ciascun paese presenteranno una relazione ma dovranno anche discuterne pubblicamente con un controllore, scelto tra gli altri membri dell’Ue. Il turno dell’Italia è giovedì 24, al mattino, e i controllori saranno gli esperti della Grecia. Così come i tecnici italiani faranno da "discussant" nei confronti della relazione presentata dai belgi.

Sarà un tour de force. In 48 ore dovranno essere passati al setaccio i problemi, le speranze, le iniziative di ciascuno rispetto a tutti gli 11 obiettivi fissati dall’Ue, dall’adeguatezza delle pensioni alla sostenibilità finanziaria dei regimi previdenziali, dalla parità uomo-donna alla necessità di invogliare gli anziani a restare al lavoro. Sarà il primo passo di un cammino denso di tappe che si concluderà in primavera con una decisione strategica sulle pensioni (riforme, sostenibilità, armonizzazione tra le regole dei diversi paesi) del Consiglio d’Europa, l’organismo che riunisce i capi di stato e di governo.

Il primo appuntamento, dopo la riflessione corale di fine ottobre a Bruxelles, sarà l’elaborazione da parte della Commissione di un testo unitario che, individuando problemi comuni e specificità nazionali, indichi le soluzioni da adottare per affrontare il problema delle pensioni in tutto il Vecchio continente. Il lavoro sarà svolto dal dicastero degli Affari sociali guidato dalla commissaria Anna Diamantopoulou, socialista greca, ingegnere civile, esperta di sviluppo regionale, oltre che donna dal sorriso dolcissimo. E dovrà essere concluso a cavallo tra la fine di questo anno e l’inizio del 2003, in modo da lasciare il tempo perché ne possano discutere la Commissione, gli sherpa del Consiglio d’Europa, il Parlamento europeo e infine i capi di stato e di governo.







Non sarà facile portare a termine l’opera, considerate la complessità della materia previdenziale e anche la diversità delle singole situazioni nazionali, che rende ambizioso anche il solo pensare a una rapida armonizzazione dei sistemi. "Non ci sono proprio progetti di fusione in corso" ha precisato al decimo Forum sulle pensioni, a Bordeaux all’inizio di ottobre, Hubertus Arndt, funzionario del ministero del Lavoro in Germania, da anni distaccato a Bruxelles. Molti esperti si chiedono se valga la pena di fare tanti sforzi. Il Consiglio d’Europa e la Commissione non hanno poteri coercitivi su questa materia. I documenti approvati, per quanto importanti e accompagnati da un’aura di sacralità europea, non saranno direttamente applicabili nelle singole realtà nazionali. Sindacati e imprenditori dovranno comunque essere ascoltati da ogni governo.

Ma una relazione congiunta che ha avuto la benedizione di tutti gli organismi dell’Unione, per quanto non immediatamente operativa, avrà lo stesso il suo peso. Tutti conoscono la situazione della previdenza in Europa. Basta leggere le previsioni sull’andamento demografico nei prossimi decenni per capire la necessità di un intervento (riquadro sotto il titolo). La forza lavoro, le persone in grado di lavorare e quindi di versare anche i contributi previdenziali, si ridurrà di un quinto da qui al 2050. Mentre il numero degli ultrasessantacinquenni, cioè dei probabili pensionati, quasi raddoppierà. E sarà più che triplo il numero degli over 80. Di conseguenza l’allungamento della vita, che è una fortuna per gli anziani del domani, diventerà un problema per la finanza pubblica: senza interventi, nel 2050 solo la Gran Bretagna, l’Irlanda e il Lussemburgo impegneranno nelle pensioni meno del 10 per cento del proprio prodotto interno lordo, mentre la media europea si attesterà al 13,3 per cento.
La linea largamente condivisa a Bruxelles come nei governi nazionali europei è la stessa enunciata dal governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, al convegno dei giovani industriali italiani: bisogna salvare e anzi migliorare il welfare state, ma bisogna renderlo anche sostenibile dal punto di vista finanziario. Si vogliono fare le riforme per salvare la specificità europea di un sistema "gentile", per usare l’aggettivo lanciato da un libro di Tommaso Padoa Schioppa, dirigente italiano della Bce, rispetto alla durezza dei sistemi angloamericani. Ma è difficile ottenere un largo consenso sociale rispetto a cambiamenti come l’innalzamento per tutti gli europei dell’età effettiva di pensionamento entro il 2010.
Dice Giuliano Cazzola, l’esperto che ha guidato il gruppo di tecnici che ha stilato il rapporto per l’Italia: "L’Europa non potrà parlare più chiaramente di come ha già fatto quando, a Barcellona, ha assunto l’obiettivo di elevare, in media, di 5 anni (dagli attuali 58 a 63) l’età effettiva di pensionamento (tabella sopra, ndr) entro il 2010. Questa è la madre di tutte le riforme. Le altre misure sono utili ma non necessarie". Per questo è importante il lavoro avviato con i rapporti sui singoli paesi e che si concluderà in primavera al Consiglio d’Europa.
Anche se non immediatamente e direttamente operanti, la relazione congiunta sulle pensioni e le indicazioni che conterrà questo documento potranno diventare per i governi nazionali la leva per forzare tutti, dai sindacati agli imprenditori, dalle forze politiche della maggioranza e dell’opposizione agli stessi ministri, ad affrontare il nodo ineludibile della previdenza.

UN CONTINENTE DI VECCHI
i numeri che rendono insostenibile la spesa

Le previsioni demografiche per i prossimi 50 anni sono un elemento decisivo per riflettere sul futuro pensionistico in Europa.La popolazione diminuirà da 376 milioni di persone del 2000 a 364 del 2050 e il declino demografico maggiore si verificherà in Italia (-17 per cento), Spagna e Germania, mentre Francia, Irlanda, Lussemburgo e Regno Unito conosceranno un incremento.Gli under 14 passeranno da 69 milioni a 58 nello stesso periodo. La forza lavoro (età 15-64 anni) si ridurrà di 43 milioni di persone (203 milioni nel 2050). Il decremento maggiore sarà in Italia (-33 per cento). Gli ultrasessantacinquenni saranno 103 milioni nel 2050 (61 milioni nel 2000). Gran parte dell’incremento è rappresentato dagli over 80, il cui numero sarà triplicato alla fine del cinquantennio.

QUESTI GLI UNDICI TRAGUARDI
Le caratteristiche del futuro sistema

Per i sistemi previdenziali la Ue ha dettato 11 obiettivi raggruppati in tre capitoli. Il primo riguarda l’adeguatezza delle pensioni.
Obiettivo 1. Far sì che la terza età possa godere di un livello di vita decoroso.
Obiettivo 2. Consentire a tutti l’accesso a meccanismi di pensione adeguati, pubblici e privati.
Obiettivo 3. Promuovere la solidarietà tra le generazioni.Secondo capitolo: la sostenibilità finanziaria.
Obiettivo 4. Raggiungere un alto livello di occupazione con riforme del mercato del lavoro per aumentare la massa dei contributi.Obiettivo 5. Assicurare che i regimi pensionistici offrano incentivi per evitare i pensionamenti anticipati.
Obiettivo 6. Riformare i sistemi pensionistici in maniera adeguata, tenendo conto della sostenibilità delle finanze pubbliche.
Obiettivo 7. Norme che non comportino un sovraccarico di contributi per i lavoratori attivi e offrano trattamenti adeguati agli anziani.
Obiettivo 8. Sana gestione degli istituti previdenziali.
Il terzo capitolo riguarda la modernizzazione dei sistemi pensionistici.

Obiettivo 9. Sistemi pensionistici compatibili con le esigenze di flessibilità e sicurezza del lavoro: le forme di lavoro atipico non comportino una penalizzazione del diritto alla pensione, ma il regime previdenziale non scoraggi il lavoro autonomo.
Obiettivo 10. Parità di trattamento tra i sessi.
Obiettivo 11. Rendere i regimi previdenziali adattabili all’evoluzione dei contesti sociali ed economici