Alla carica del diritto. Di sciopero

05/12/2003





 
   
05 Dicembre 2003
POLITICA




 
Alla carica del diritto. Di sciopero
Dall’impiego di militari alla guida di tram e autobus alle «revisioni dell’attuale legge», la destra va all’attacco
E anche a sinistra… Rutelli tira in ballo Bertinotti: «I tuoi interlocutori devono rifiutare la violenza». Replica del leader Prc: «Pensate piuttosto alle loro richieste»


CARLA CASALINI

Ci riprovano, dal governo e dalla destra, a limitare il diritto di sciopero: cogliendo l’occasione del gesto estremo dei tranvieri milanesi, confidano di trarre dalla prima reazione di sgomento e rabbia degli abitanti di Milano linfa sufficiente ad allargare il consenso delle «cittadinanze» alle loro mire. Mire covate da tempo, e già tradotte in tentativi precedenti nella forma di guerra preventiva al diritto di sciopero. Basti ricordare le sortite della Commissione di garanzia sugli scioperi nei servizi pubblici (in era berlusconiana un nuovo presidente è stato insediato al posto di Gino Giugni), che a fine settembre, alla vigilia di un autunno che si preannunciava «caldo», violando ogni limite dei suoi compiti produsse una «bozza di regolamento» per tentare di ostacolare addirittura lo sciopero generale; e altrettanto aveva fatto per gli scioperi contro la guerra in Iraq. Oggi, dal tentativo «amministrativo» si passa a quello politico, sulla scorta delle minacce lanciate dal ministro Maroni, ma c’è chi non disdegna la via militare. La «pensata» in vista di futuri scioperi germoglia a Milano, il sindaco Albertini la definisce «una buona iniziativa», pur se vi oppone problemi di «professionalità» inadeguata degli uomini in divisa a guidare tram e metro. Provvede il prefetto Bruno Ferrante a tagliar corto sui vagheggiamenti bellici: questa ipotesi «non è tra quelle prese in esame, la via è la trattativa». Ma la questione di una nuova legge per minare ulteriormente il diritto di sciopero – in barba alla Costituzione che lo garantisce, inviolabile, per ogni individuo – anima la discussione nel centrodestra e crea frizioni a sinistra.

Da An è il ministro Alemanno a sostenere la necessità di «una revisione dell’attuale legge», aperto a ogni violazione, par di capire, tranne la consueta aggiunta, in questo caso involontariamente ironica, che «però non può non essere concordata con i sindacati». Naturalmente insiste sulla «revisione» anche il vice di Maroni, Maurizio Sacconi, anzi ne parla come di un iter già in corso: fra le «norme» prese in esame, dice, ci sarebbe anche «la comunicazione preventiva dei singoli lavoratori» sulla loro adesione o meno allo sciopero, e anche «l’obbligo di un referendum per verificare il grado di adesione». Insomma, tutto pur di non parlare delle responsabilità del governo nella vicenda rovente degli autoferrotranvieri, che quanto a «adesione» hanno risposto nei fatti, partecipando massicciamente allo sciopero nazionale. A calmare i furori, dall’Udc il ministro Buttiglione insiste piuttosto sul «rispetto» della legge che c’è già, «una legge giusta», e scaturita dall’«accordo con i sindacati».

Nel centrosinistra Tiziano Treu, per la Margherita, insiste sul «rispetto» della legge attuale: «prima di cambiarla è opportuno piuttosto applicare le sanzioni che prevede» contro «tutti i possibili colpevoli» – sindacati, lavoratori ma anche le aziende che abbiano «la responsabilità del ritardo nel rinnovo dei contratti». Dalla sinistra Ds, contro le limitazioni al diritto di sciopero più secca Gloria Buffo, che punta sulle responsabilità prime dell’attuale situazione: «Anziché impegnarsi per favorire l’accordo sul contratto dei lavoratori, come sarebbe suo dovere fare nell’interesse di tutti, il ministro della Lega propone di ridurre il diritto di sciopero, proprio alla vigilia della grande manifestazione convocata unitariamente dai sindacati a Roma contro la politica antisociale del governo».

Ma la miccia, a sinistra, l’accende il leader della Margherita Francesco Rutelli, che tira in ballo Fausto Bertinotti: «Sui conflitti sindacali è utile il confronto con lui, e utili i suoi rapporti con i settori più radicali» ma «i suoi interlocutori devono rifiutare la violenza»; e Rutelli si spinge anche oltre: «abbiamo già pagato prezzi enormi per il passaggio di frange dell’estremismo sindacale al terrorismo».

Come dialogo tra alleati non c’è male, e Bertinotti ovviamente reagisce: «Rutelli prende lucciole per lanterne, è evidente che non ha compreso nulla dei grandi movimenti di questi mesi che esprimono domande di democrazia e di partecipazione, richieste sul salario e sull’ambiente per una nuova qualità dello sviluppo». Il problema delle opposizioni è precisamente che dicano «se vogliono raccogliere queste domande». E non è rassicurante al proposito la sortita di Rutelli che «preferisce parlar d’altro fino a ritornare su temi su cui la storia ha già fatto un chiarimento definitivo sul `presunto’ legame tra radicalità sociale e terrorismo». Ma da Rifondazione lo pizzica Marco Ferrando: «Il centro dell’Ulivo, mentre offre ministri al Prc pretende in cambio che si faccia guardiano delle leggi antisciopero». E Bertinotti pensa possibile su queste basi «un accordo di governo»?