Alì e i segni del conflitto – di G.Barlozzetti

18/04/2003

ItaliaOggi (Media e Pubblicità)
Numero
092, pag. 22 del 18/4/2003
di Guido Barlozzetti


Diario della (tele)guerra.

Alì e i segni del conflitto

Nulla rende meglio l’idea di una guerra finita dell’immagine del vincitore nel palazzo del vinto. Siede su un divano in stile di una delle residenze presidenziali il generale Tommy Franks, grande capo dell’armata anglo-americana. Dall’alto delle sue cinque stellette e in postura assolutamente casual, beve caffè e si intrattiene amenamente con i subalterni, là dove Saddam si distendeva nel segreto inaccessibile delle sue stanze.

Ci manca solo che improvvisi quale strofa del suo adorato country & western. È volato qui da Abu Dhabi, il generalissimo, proprio per consegnare alla storia un attestato che parla di più di qualunque bandiera piantata sulle spoglie dell’avversario. Non è che nei dintorni le cose vadano proprio benissimo. La reginetta delle inviatesse, Christiane Amampour, fa un giro per Baghdad e registra sospetti e paure, incertezze e diffidenze. Catturati dal microfono della Cnn, gli inquilini della capitale dicono che, nonostante gli sbancamenti, sono ancora troppi i simulacri del Raìs che si ergono impettiti e minacciosi. E a lei non par vero di concludere con enfasi che ´senza un cadavere la gente si chiede quando potrà seppellire fantasma Saddam’. Altri si spingono fino alla periferia reietta di Saddam city, dove i commenti non sono certo agevolati dal black-out idro-elettrico.

Oppure, cercano di capire cosa continui a spingere tanti a fare terra bruciata di banche e negozi (particolarmente presi di mira quelli che vendono ventilatori). Peggio ancora va, ma c’era da aspettarselo, sulle onde tv di Al Jazeera. Un ufficiale iracheno bolla di codardia i soldati americani che avrebbero sparato su inermi dimostranti (ma l’altra campana fa sapere che si trattava, invece, di vandali razziatori) e un compagno inveisce contro la libertà che gli Usa dovrebbero portare. Ma l’immagine più forte della giornata ce la lascia Alì, il bambino che la guerra ha segnato con il suo orrore, e che le telecamere si ostinano a riprendere con una ossessività che non ha il minimo senso del pudore e della privatezza del dolore. I suoi occhi vengono risucchiati dalla pornografia di un primo piano insistito e invadente. Ma sono talmente forti e innocenti da lasciare senza veli la protervia voyeuristica di qualunque spettatore.