Ali, Aman e le 120 tessere

25/06/2001



23 Giugno 2001



Ali, Aman e le 120 tessere
Viaggio al Centro del Rondò, dove la lotta ha pagato e dove la Cgil incassa il suo impegno al fianco dei cooperanti immigrati
MANUELA CARTOSIO – DALMINE

All’ora della pausa pranzo il ristorante di fronte alla Dalmine non è quel che si dice un posticino tranquillo dove filosofeggiare a bassa voce. Bisogna gridare per scavalcare il rumore di fondo di stoviglie e ordinazioni. Al nostro tavolo non si parla di donne, motori e pallone. "Con lo sciopero abbiamo capito che loro danno da mangiare a noi, ma loro senza di noi non mangiano", "Berlusconi è ricco e penserà ai ricchi, ve lo siete scelto e adesso ve lo tenete", "Noi abbiamo bisogno del sindacato, per questo ci siamo tesserati. Iscrivendoci, abbiamo il diritto di criticarlo, se usa male i nostri soldi". Ci facciamo notare per gli argomenti e per l’assortimento. Un nero e un marroncino, visibilmente non in viaggio d’affari per comprare tubi e ferraglia, unici avventori operai in sala; un sindacalista bergamasco e una signora che scrive sul taccuino quel che dicono i due africa.
Il somalo Ali Mohamed Hussein mette il parmigiano sull’insalata. Aman N’Dah Michel, della Costa d’Avorio, vuol sapere se pesce "in umido" significa pesce "bagnato". Non c’è tempo per disquisizioni culinarie, alle 14 loro devono riprendere il lavoro al Centro del Rondò. E’ il polo logistico del gruppo Rinascente dove da marzo a maggio 150 soci-lavoratori, quasi tutti immigrati, con una lotta intensa e determinata hanno strappato aumenti salariali e riduzioni d’orario alla loro vecchia cooperativa (la BB Service), messo in fuga quella che intendeva rilevare l’appalto a prezzo ribassato (la Zapping), imposto le loro condizioni al Consorzio Intesa che dal primo giugno opera al Centro del Rondò. Una vittoria piena, rimpolpata dal riconoscimento da parte del Consorzio Intesa (che raggruppa due cooperative) dei diritti sindacali previsti dallo Statuto dei lavoratori. Ma il dato senza precedenti è che gli scioperi a raffica hanno messo con le spalle al muro anche il gruppo Rinascente (51% Ifil-Fiat, 49% Auchan). E scusate se è poco.
Ali e Aman sono rappresentanti sindacali dei soci-lavoratori (il terzo, Giuseppe Locatelli, è rimasto al Rondò per sbrigare le pratiche per il passaggio dei soci dalla vecchia alla nuova cooperativa). La prima differenza, rispetto alla gestione BB Service, la indossano. Il Consorzio Intesa ha distribuito le divise: t-shirt blu, jeans e scarponcini anti-infortuni. I due delegati sono "felici" per la vittoria, ma guardinghi. "Aspettiamo la prima busta paga per vedere se la nuova cooperativa rispetta l’accordo", dice l’ivoriano Aman. "Per ora conviviamo. Se va bene, ci sposiamo. Altrimenti facciamo il divorzio. Ormai sappiamo come si fa". I 150 che lavorano al Rondò sono un riassunto di mondo. I rapporti tra le varie nazionalità "sono buoni" e lo erano anche prima della lotta: "Quando ci si trova nella stessa ditta siamo tutti fratelli, tutti uguali, tutti insieme". Però, a spingere per gli scioperi, puntualizza Ali, "siamo stati noi immigrati, gli italiani all’inizio stavano coperti". Su 150 soci, 120 sono tesserati alla Filcams Cgil; anche nel rapporto con il sindacato Ali coglie una differenza: "Noi stranieri siamo tutti tesserati; certi italiani, invece, dicono che il sindacato mangia sulle spalle dei lavoratori. Capirai, per 12 mila lire al mese… Però, quando con il sindacato si lotta e si vince, i risultati li prendono pure loro". Ali racconta d’aver fatto circolare la notizia della lotta al Rondò nella comunità somala di Bergamo. "E tanti vengono a chiedermi come si fa il
tesserino al sindacato. Vogliono iscriversi le colf e anche quelli nelle liste della Manpower". Sindacato equivale a Cgil. "Lo sappiamo che di sindacati in Italia ce ne sono tre. Noi siamo con la Cgil perché al Rondò c’era già. Dove vai, prendi il sindacato che trovi".
Aman, 36 anni, in Italia dal ’92, prima tappa a Palermo dove per 4 anni ha fatto "tovaglie", prima di lavorare al Centro del Rondò non conosceva neppure la parola "cooperativa". Al Rondò è arrivato per caso, "andavo in giro in bicicletta e lasciavo alle ditte la mia domanda". Quando l’hanno chiamato, ha scoperto cos’è una cooperativa e perché crescono come funghi: "Un modo per pagare meno tasse e di meno chi lavora". Ali, invece, che di anni ne ha 39, sapeva dell’esistenza delle cooperative: "Le avevo trovate già nell’83 in Arabia Saudita. Tutto il mondo è paese. E in tutte ci sono i padroni, anche se non si chiamano così, e ci sono quelli sotto come noi che lavorano". Ali, arrivato a Bergamo nel ’98 con i tre figli, è uno dei pochi al Rondò a non aver avuto problemi per il permesso di soggiorno. "Ho fatto il ricongiungimento familiare con mia moglie che era venuta qui a causa della guerra". Lui, entrato praticamente da bambino nell’esercito, dalla guerra con l’Etiopia si porta dietro il nomignolo di "colonnello". Al Rondò lo chiamano tutti così.
Aman sulle cooperative tira il freno: "Non siamo venuti qui per parlare di queste cose, a noi interessa il lavoro e la casa". La sua casa è "una stanza", che presto sarà ancor più stretta perché la moglie aspetta un bambino. Di Bergamo e bergamaschi il cattolico Aman non si lamenta. "E’ buono per noi. Ti lasciano tranquillo e posso trovare anche un buon amico italiano che mi invita a cena". Non si capisce se dipinge un quadretto roseo per compiacere l’uditorio e se stesso o se le cose stanno davvero così. Linea morbida anche su Berlusconi. "Se decide che gli stranieri devono tornare al loro paese, io faccio la valigia. In un posto dove non mi vogliono, io non ci sto". Il "colonnello" gli lancia un’occhiata che la metà basta. E allora Aman si spiega meglio: "Berlusconi lo sa bene che noi serviamo per lavorare. Dunque, non ci caccerà. Quel che volevo dire è che Berlusconi l’avete eletto voi, è inutile che io dica se mi piace o no. Noi non votiamo". "Quando uno è da 10 anni in un paese, lavora e ha tutto in regola dovrebbe avere il diritto di votare", interviene Ali, "anche il centrosinistra di questo si è dimenticato". "Di anni ne dovrebbero bastare 5", corregge Aman.
Aver vinto non significa che lavorare al Rondò sia tutto rose e fiori. I dipendendenti diretti della Rinascente hanno la mensa, "pagano 3 mila lire per primo, secondo e terzo". La mensa per i soci-lavoratori della cooperativa, invece, è uno stanzone dove mangiano quel che si portano da casa. Gli immigrati sono la stragrande maggioranza dei soci, però i capi sono tutti italiani. Solo due capisquadra sono immigrati e quando la nuova cooperativa ha fatto la prima riunione "non li ha convocati". Il lavoro è pesante. "Troppe ore e troppa velocità, il Sorter (è la macchina in cui si lavorano i pacchi in entrata e in uscita dal polo logistico, ndr) corre sempre di più e noi dobbiamo stargli dietro". I prossimi due-tre mesi saranno di fuoco, c’è la "campagna scuola", cartelle, grembiulini, quaderni da spedire ai vari punti vendita. Per un verso, è una garanzia: il Consorzio Intesa non ha alcun interesse a far scoppiare grane e conflitti in un periodo così delicato. Per un altro verso, significa dover lavorare anche 12 ore al giorno. Con la prima lotta, quella contro la BB Service, i soci avevano conquistato la volontarietà a lavorare oltre la decima ora L’aumento di mille lire della paga oraria avrebbe dovuto permettere ai soci di lavorare di meno a parità di salario. Le cose non sono andate così; i soldi non bastano mai per gli immigrati, la casa qui, la casa al paese d’origine, i viaggi, i regali per tutti i cosiddetti "fratelli" o "cugini". L’unica riduzione d’orario è che al sabato al Rondò si smette di lavorare alle 13 (prima si continuava anche al pomeriggio). Sul cancello del Rondò, prima dei saluti, buttiamo lì una provocazione: non sarebbe ora che la Rinascente vi assumesse? Siete qui da un sacco di tempo, a ogni cambio d’appalto perdete l’anzianità, i diritti conquistati vanno rinegoziati. Questa volta vi è andata bene, la prossima chissà, con le cooperative la legge è quella del gambero. "Magari si potesse fare", dicono Ali e Aman, "così finirebbe ‘sta storia delle cooperative. Con loro, ogni anno ti tocca nascere di nuovo".
Con Mirco Rota, il sindacalista della Filcams Cgil di Bergamo che nella vertenza del Rondò ha buttato l’anima e molte albe ai cancelli, facciamo un bilancio della vicenda dal punto di vista sindacale. Prima di tutto ci sono quelle 120 tessere su 150 lavoratori. Un tasso di sindacalizzazione incredibile, per di più in una cooperativa. Significa che il sindacato recluta dove dimostra che serve. "Aldilà dell’interesse bruto per le tessere, il sindacato dovrebbe valorizzare di più una vicenda come questa del Rondò", dice Rota. La Filcams e la Cgil lombarde sono state ricettive e sulla palla, ma questa storia esemplare che lega insieme immigrati, cooperative e diritti meritava una ribalta nazionale. "Da anni la Cgil in convegni e congressi apre nuove stagioni dei diritti; però i diritti bisogna farli, non dirli. E qui siamo riusciti a mettere un pezzo di Statuto dei lavoratori in una cooperativa". Seconda considerazione: "E’ ora che gli immigrati entrino nella struttura sindacale. Non basta che facciano i delegati. Devono portare la loro esperienza e i loro bisogni dentro il sindacato. Perché non ci si può occupare davvero delle cose che si conoscono solo per sentito dire. Sulle ferie lunghe che servono agli immigrati per tornare a casa io posso fare tutte le vertenze che voglio con le aziende. Però non è la mia vita, è la vita loro". Terza considerazione: "Se portiamo gli immigrati dentro il sindacato, l’intera organizzazione si vivacizza, è costretta a cambiare metodi e stile. Un esempio? Avessi provato a raccontare a un lavoratore del Rondò il
caso Agostinelli, dopo tre minuti mi avrebbe mandato al diavolo. La Cgil ci ha perso sopra due anni, bruciando energie e mobilitando le sue migliori intelligenze. E s’è visto come è finita".