Alemanno (An): «La modifica dell’articolo 18 sarebbe un inutile schiaffo ai sindacati e al mondo del lavoro dipendente»

04/03/2002


Domenica 3 Marzo 2002

Il ministro Alemanno (An): «La modifica dell’articolo 18 sarebbe un inutile schiaffo in faccia tirato ai sindacati e al mondo del lavoro dipendente»

dal nostro inviato

SANDRO VACCHI

MANFREDONIA – I Cobas sono pochi, lontani e agguerriti: lanciano slogan che si disperdono sullo sconfinato piazzale di cemento, appena l’auto scura con i vetri affumicati di Silvio Berlusconi frena davanti al capannone dove gli imprenditori del Nordest produrranno vetro, oggetti di plastica, maglie.
Dentro, coi sindacati ufficiali, il clima per il presidente del Consiglio è molto più mite, poiché miti sono le sue parole. C’è chi si spinge a vedere un passo indietro del governo sulla revisione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, ma poche ore dopo Palazzo Chigi chiarisce che il presidente ha affidato in maniera inequivocabile alle parti sociali il compito di trovare un’intesa alternativa accettabile. «D’altronde, è sempre piacevole sedersi a tavola con Savino Pezzotta» blandisce il segretario generale della Cisl.
Il sindacalista sorride. Dice che la Cisl è pronta anche a rivedere i modelli contrattuali, secondo quanto la Confindustria ha sollecitato al recente convegno di Torino. «La flessibilità si ottiene con un modello contrattuale più vicino ai nuovi lavori. Il profilo retributivo deve seguire l’andamento delle imprese e del territorio». Una volta uscito Berlusconi, però, ribadisce che il suo sindacato non è favorevole a modifiche dell’articolo 18. Ferrea la Cgil. Secondo Guglielmo Epifani, quello di Berlusconi è un atto un po’ furbo e un po’ arrogante e un negoziato resta impossibile. Per Sergio Cofferati, le regole sui licenziamenti senza giusta causa vanno bene così come sono. «Sull’articolo 18 non c’è alternativa. Un sindacato che accetti modifiche dei diritti fondamentali, non è credibile quando chiede diritti per chi non ne ha», dice il numero uno della Cgil. Disponibile al dialogo la Confindustria a patto – dice D’Amato – «che ci si sieda attorno a un tavolo senza pregiudiziali».
Berlusconi a Manfredonia, parlando ai "colleghi imprenditori", cerca il più ampio consenso possibile, sull’onda dell’entusiasmo per gli ultimi sondaggi sul consenso politico «nonostante tutto il fango che mi gettano addosso». Conferma la posizione morbida del governo sull’articolo 18. «La battaglia della Confindustria è la stessa del governo» dice. «Non è come sostiene la Cgil: la nostra proposta consentirà di assumere, non di licenziare liberamente, poiché non tocca i diritti dei lavoratori a tempo indeterminato, ma chi esce dal sommerso. Non potremo però far crescere l’economia se non rilanceremo il Sud, che è il problema di fondo della nostra economia. Il Sud con le sue tre T: Testa, Terra e Turismo».
Sui lavori di scavo per far emergere il sommerso, Berlusconi insiste a lungo. Si tratta di riportare in cassa fondi sotto forma di imposte non pagate che Antonio D’Amato calcola sui 120 mila miliardi di lire. Significherebbe, per le imprese non sommerse, pagare meno tasse e poter investire più soldi: a cominciare da quei 256 mila miliardi di lire previsti dal piano decennale per le infrastrutture la metà abbondante dei quali – ricorda Berlusconi – saranno destinati al Sud.
E’ un discorso aperturista, quello del presidente del Consiglio: al sindacato per la ripresa del dialogo e perché non metta i bastoni fra le ruote di imprenditori che investono in Italia anziché all’Est. Gli imprenditori reclamano però sicurezza e infrastrutture. «Lo Stato deve riprendere il controllo del territorio e sconfiggere la criminalità. D’altronde, gli imprenditori sono stanchi di troppi lacci e lacciuoli: hanno finalmente un governo che durerà cinque anni, dopo che in mezzo secolo si sono succeduti cinquantasei governi. Sarebbe come se il consiglio d’amministrazione di un’azienda cambiasse una volta all’anno».
Il filo rosso che unisce Confindustria e governo è ormai saldissimo. Il discorso di D’Amato ricalca in molti punti quello di Berlusconi, anch’egli blandisce i sindacati che hanno lavorato per il rilancio del Mezzogiorno. «Ma vadano anche negli scantinati per far emergere il sommerso» li invita. Più tardi, Pezzotta sorriderà: «Probabilmente lui sa meglio di noi dove sono gli scantinati». La sostanza è che l’avventura degli industriali veneti in Puglia sembra tracciare un cammino. «Il 30 per cento del nostro Pil è sommerso, negli altri Paesi è la metà. Questo è sfruttamento dei lavoratori, è concorrenza sleale» salta su il presidente degli industriali.
Sono un po’ tutti d’accordo, a cominciare da Antonio Bassolino, governatore della Campania, che vagheggia una sorta di politica pansudista. Ci sta il ministro delle Politiche agricole Gianni Alemanno, della destra sociale, il quale parla di dialogo a tutto campo anche col centro-sinistra per modernizzare il mondo del lavoro senza creare strappi sociali. Sull’articolo 18 va cauto, però: «Una sua modifica sarebbe un inutile schiaffo in faccia al sindacato e al mondo del lavoro dipendente».