Alcune lettere, molte domande

01/07/2002


1 luglio 2002



Le scorte negate, il ruolo del sindacato

ALCUNE LETTERE MOLTE DOMANDE

      Marco Biagi non era un eroe, ma un insegnante universitario, non era addestrato al rischio come un carabiniere o un pilota di Formula uno. Aveva dunque paura di morire, di fare – come ha scritto e come purtroppo ha fatto – «la fine di D’Antona». Ma la paura non è un sentimento vile che fa sproloquiare. Spesso è un’attitudine a presentire, è il battito del cuore che insegue il cervello. Insomma, la paura non solo non ha fatto strologare Biagi, ma è stata una risorsa, gli ha infiammato i nervi, come un eccesso di vita ha reso calda e più acuta l’intelligenza. Difatti Biagi capì quel che gli altri non capivano, e cioè che tutto correva verso la morte, la sua morte, quella morte. E con le sue lettere non ha solo cercato di ostacolare quella corsa, ma si è sforzato di comunicare quel che egli solo aveva intuito. In questo senso il ministro ha ragione: Biagi era «un rompicoglioni». La frase che Claudio Scajola si è lasciato scappare sabato (e in cui ieri non si è riconosciuto) fa onore a Biagi e alla sua bellissima famiglia, gli rende il più alto dei meriti, e non solo perché, nella sua scompostezza, rivela un complesso, e magari anche un’ammissione di colpa. Ma anche perché «il rompi», nel vocabolario del ministro, è l’intellettuale di tenace concetto, il competente che non cede, il tecnico che non attacca l’asino dove vuole il padrone, che rivuole le consulenze, pretende d’essere protetto e mai si stanca di spiegare, di scrivere, di mandare email. Insomma non molla la postazione, come i più illustri bersagli del terrorismo, come Aldo Moro, o Guido Rossa, o Walter Tobagi.
      Biagi aveva capito che il governo al quale forniva il suo «impegno tecnico» non lo avrebbe protetto, e non per crudeltà o per complicità. Sentiva che le sue consulenze venivano trattate come favori da concedere, pratiche da evadere. La sottovalutazione fu dunque politi ca, oltre che di intelligence e di polizia. Ma c’è di più. Il ministro Scajola ora sostiene che se avessero dato a Biagi la scorta che chiedeva, i morti sarebbero stati tre. Se così fosse, bisognerebbe chiedere non le dimissioni dello scortato (scortatissimo?) Scajola, o del suo capo della Polizia nominato dal centrosinistra. Per paradossale coerenza bisognerebbe chiedere l’abolizione degli Interni, del ministero che tutti ci protegge e ci scorta.
      Certo, nessuna persona per bene può sostenere che Biagi è stato ucciso dal governo per il quale lavorava. Allo stesso modo nessuno può dire che lo ha ucciso il sindacato. E però anche Cofferati deve a Biagi una risposta urgente. Deve spiegare perché Biagi aveva paura della Cgil, perché un professore, un dipendente pubblico, un riformista si sentiva criminalizzato dal sindacato e dal suo leader. E dunque Cofferati cerchi pure il manovratore, il grande vecchio, la manona e la manina che hanno fornito le lettere, e magari denunci le bizzarrie investigative della Procura, ma quelle richieste d’aiuto rimangono lì, scritte da Biagi, e ineluttabilmente inevase. Il loro linguaggio non è «limaccioso», «fangoso», non è quello del «collaterale», del venduto. Cofferati deve spiegare le intolleranze politiche e le intemperanze verbali. Con forza Biagi denuncia una inciviltà che è comune a destra e a sinistra. «Consulente che rompe» o traditore di classe: a ben vedere il pregiudizio è identico.
      E gli devono una risposta anche i colleghi accademici. Biagi li accusa di vigliaccheria, conformismo e quieto vivere, corresponsabili anche loro di una inciviltà. Loro che praticano i suoi stessi libri sono infatti il supporto in malafede di quell’idea cofferatiana che riduce ogni tentativo di cogliere la moderna complessità del rapporto tra impresa e lavoro a una scelleratezza, a una fangosità morale. Davvero ci sono due Italie in queste lettere: quella di Biagi che coraggiosamente domanda, e quella di Scajola-Cofferati che pavidamente non risponde.
di FRANCESCO MERLO