Albi&Mercato 2- Anni di prove senza debutto

09/05/2003

              venerdì 9 maggio 2003

              ALBI & MERCATO

              Anni di prove senza debutto

              ROMA La riforma delle professioni è una priorità. Da vent’anni.
              E da vent’anni richiama energie, concertazioni e confronti,
              tra accelerazioni, battute d’arresto, cambi di schieramenti, eccetera
              eccetera. Una telenovela, insomma, che ha avuto la sua
              puntata zero — per convenzione, perché non possiamo giurare
              su iniziative anche precedenti — nella commissione affidata il
              10 gennaio 1983 al magistrato Giacomo Perticone, con il compito
              di rinnovare la normativa degli Ordini e delle varie categorie.
              L’ultima puntata è andata in scena ieri, con il «no» delle
              associazioni alla proposta del sottosegretario Michele Vietti.
              Ma, come nei film di «007», resta il canovaccio ma mutano i
              protagonisti, gli ambienti, persino le scene madri. Ve ne segnaliamo
              alcune.
              La riforma può attendere. Siamo agli esordi: la ricerca
              della riforma è ambientata negli anni Ottanta, fino ai primi
              Novanta, e viene ricordata più che altro per l’esordio di alcuni
              personaggi chiave: il Comitato unitario delle professioni, formalmente
              costituito nel 1984, decisamente più visibile dal 1986 in
              poi, stimolato all’epoca da una vibrata protesta contro la tassa
              salute. Nel ruolo del presidente del Consiglio, Bettino Craxi. Al
              debutto anche il Cnel, che nel 1989 si fa attento controllore
              delle nuove professioni, quelle senza Albo, che all’epoca forse
              miravano più che altro a trovare una consacrazione ordinistica:
              in quello stesso ’89, ci speravano più di 40 categorie, con
              complessivi 76 progetti di legge.
              Missione Goldfinger (l’Antitrust). È l’autunno del ’94 e
              sullo schermo della riforma compare quello che sarà, per
              diversi anni, il cattivo per antonomasia. L’Autorità garante
              della concorrenza e del mercato, presidente Giuliano Amato,
              avvia un’indagine conoscitiva sulle professioni. La concluderà
              nel ’97, bocciando duramente i metodi d’accesso alle professioni,
              le tariffe, il numero chiuso di alcuni. E proponendo la sostanziale eguaglianza tra professionista e imprenditore. I vertici di Ordini e Collegi si impermaliscono ancora a sette anni di distanza. Ma l’ispirazione dell’Antitrust era l’Unione europea (la Spectre?) che in
              quegli anni non perdeva occasione per rammentare l’equivalenza
              tra professioni e imprese e chiedere più concorrenza. L’approccio è mutato (in parte) solo di recente, con le ultime sentenze che hanno fatto salve le tariffe degli avvocati e altre esclusive ordinistiche o meccanismi analoghi.
              Vivi e lascia morire (il disegno di legge). Mentre l’Antitrust
              conclude la sua temuta indagine, il Governo guidato da Romano
              Prodi avvia una consultazione con gli Ordini e, nell’agosto ’97,
              insedia una commissione per preparare un disegno di legge: la
              presiede Antonino Mirone e porterà, il 3 luglio ’98, al varo di
              un Ddl delega in quattro articoli che è divenuto poi la base per
              tutti i tentativi successivi. Quella prima versione del Ddl, però,
              non fece mai grandi progressi nel dibattito parlamentare.
              Licenza di uccidere. Metaforicamente, s’intende. Però, tra la
              fine del ’98 e il ’99, i due presidenti del Consiglio Massimo
              D’Alema e Giuliano Amato rilanciano le intenzioni riformatrici
              con dichiarazioni anche poco amichevoli. Memorabile Amato
              in Senato, nel luglio ’99: «È da selvaggi abolire gli Ordini
              inutili? Se c’è qualcosa di selvaggio, sono pronto a tornare qui
              con il perizoma». E D’Alema alla Camera, nell’ottobre ’98:
              «Non è possibile che il talento e la capacità di un giovane
              debbano sottostare ai vincoli di un ordine professionale che non
              lo accoglie solo perché non ha avuto la fortuna di nascere nella
              famiglia giusta». La dialettica sulla riforma prosegue, ma —
              così pare — con poco slancio. Chissà perché.
              Il mondo non basta. O, volendo, la legislatura è piccola per
              noi. Riprende le fila del dialogo il ministro della Giustizia Piero
              Fassino, nel 2000, ripartendo dal progetto di Mirone e ampliandolo
              a nove articoli, dopo una faticosa trattativa con il Cup, che
              nel luglio di quell’anno fissa in più punti (16) i paletti della
              riforma. Il 10 novembre viene varato il nuovo disegno di legge
              delega. Verrà travolto dalla fine della legislatura.
              Mai dire mai. Maggioranza nuova, progetto nuovo. Michele
              Vietti, sottosegretario alla Giustizia, rilancia il progetto, le
              consultazioni, arriva a una bozza. Tra i punti critici restano
              ancora l’accesso, le tariffe, le attività riservate a Ordini e
              Collegi, che dovrebbero inoltre avere un primato per le attività
              «qualificanti» (non proprio riservate, ma di fatto condizionate
              all’appartenenza a un Albo). Il seguito lo racconteremo a
              partire da domani.
              La finestra di fronte. Questo non è un titolo di 007. E infatti
              non si parla della "grande riforma". Ma negli stessi anni in cui si
              arenano i progetti Mirone e Fassino, ve ne sono altri, altrettanto
              epocali, che trovano spazio. Citiamo a caso: abolizione del
              divieto del ’39 per le società tra professionisti (’97, ne parliamo
              più ampiamente in questa stessa pagina), riforma delle lauree
              con conseguente riforma dell’accesso agli Albi (2000-2001),
              previsione di obblighi di aggiornamento formativo permanente
              (diversi Albi, tra il ’97 e il 2001), Albo unico tra dottori
              commercialisti e ragionieri (2003). Insomma, basta non puntare
              al bersaglio grosso, e la riforma si trova.

              MAURO MEAZZA