Albi & Professioni: Soci di capitale, gli Ordini fanno muro

14/11/2000

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Martedì 14 Novembre 2000
libere professioni
Albi & mercato
: All’indomani dell’approvazione del disegno di legge di riforma critica unanime dei vertici delle categorie.
Soci di capitale, gli Ordini fanno muro. Gli avvocati: ultimo tentativo di eliminare la differenza professioni-imprese.
Serao: riconosciuto il nostro ruolo

ROMA. I soci di capitale devono continuare a restare off limits dalle società che effettuano prestazioni professionali. Sono tutti d’accordo i professionisti iscritti in Albi nel dire no a questo "capitolo" del disegno di legge di riforma degli Ordini, approvato venerdì 10 novembre dal Consiglio dei ministri.

Secondo Nicola Buccico (presidente del Consiglio nazionale forense) il Cup, il Comitato unitario delle professioni, nel condurre il confronto con il ministro della Giustizia, Piero Fassino, non poteva che arrivare a una posizione di compromesso: un compromesso positivo, che salva tutti gli Ordini, ma che però ha il limite negativo nella possibilità di costituire società di capitali. «Anche per esercitare la consulenza legale», specifica Buccico. Una previsione che per gli avvocati verrà introdotta anche senza aspettare la nuova legge, con il decreto legislativo di recepimento della direttiva europea.

«L’ingresso dei soci di puro capitale — scrive in una nota Vincenzo Pecorella, componente della Giunta centrale dell’Oua, l’Organismo unitario dell’avvocatura — rappresenta l’ultimo tentativo di eliminare la differenza tra attività professionale e attività di impresa, con il rischio di far mancare l’autonomia della prestazione intellettuale, unica garanzia per una professione realmente libera e non assoggettata al capitale».

Ma se da parte degli avvocati si usano toni forti, Francesco Serao, presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti, invita a valutare il disegno di legge presentato dal Governo nel suo insieme. «Certo — ammette Serao — sulle società il testo va cambiato in Parlamento. Ma non va dimenticato che finalmente viene riconosciuto il ruolo degli Ordini, che nessuno — vinca il Polo o il Centro-sinistra — potrà azzardarsi a mettere in discussione. A noi interessava, prima di tutto, assicurare l’esistenza degli Ordini e il loro ammodernamento: il loro cardine sarà garantire la qualità delle prestazioni nei confronti degli utenti».

Per Serao fondamentale è aver vinto la prima battaglia, quella sulla conservazione degli Ordini. Sul resto (come la definizione delle esclusive) si vedrà, tanto più che i tempi per l’approvazione del Ddl sono risicati.

Per William Santorelli, presidente del Consiglio nazionale dei ragionieri, sarebbe comunque «bene che il disegno di legge fosse approvato almeno al Senato, in modo da essere ripescato nella prossima legislatura, anche se tra le cose che non ci convincono ci sono la questione delle società di capitali e la distinzione di competenze tra Ordini e Associazioni». Temi importanti, beninteso, ma che, anche secondo Santorelli, non devono far dimenticare il riconoscimento ottenuto dagli Ordini, «dopo anni di scontri che hanno delegittimato le professioni». Circa il rapporto con le Associazioni, Santorelli sollecita un chiarimento, per evitare — nei campi professionali contigui — conflitti di competenza e disorientamento tra i consumatori.

Anche i consulenti del lavoro, attraverso Rosario De Luca, segretario del Consiglio nazionale, premettono l’opposizione ai soci di capitale. Scontato questo no, il disegno di legge, secondo i consulenti, ha il pregio di «rinnovare gli Ordini, in modo che possano — attraverso la formazione continua e la verifica circa la permanenza dei requisiti degli iscritti — garantire la qualità delle prestazioni. L’aggiornamento, insomma, diventa un obbligo di legge e non più soltanto un principio deontologico». Peraltro i consulenti del lavoro stanno anticipando i tempi, con il via libera a un progetto di attestazione della qualità delle prestazioni che è fondato sulla formazione costante, oltre che sull’effettivo esercizio dell’attività e sull’assenza di procedimenti disciplinari.

Più critici sul progetto Fassino appaiono i giovani professionisti. Secondo Luciano Berzè, presidente dell’Unione giovani dottori commercialisti, «il testo è piuttosto confuso. Non si è valorizzata la formazione continua e sono spariti i limiti temporali per le cariche elettive. Inoltre, attraverso il richiamo alla normativa comunitaria si apre il campo, e senza limiti, ai soci di capitale».

Anche la previsione di accorpamenti di Ordini e Collegi è enunciata ma senza essere collegata al percorso formativo: se l’iter non è equiparabile non ha molto senso, conclude Berzè, pensare di far convivere professioni "simili" (come dottori commercialisti, ragionieri e consulenti del lavoro) sotto lo stesso tetto.

«Gli Ordini professionali — commenta Urbano Barelli, ex presidente dell’Associazione giovani avvocati — hanno visto accolti gran parte dei limiti richiesti, ma hanno perso il controllo (che in realtà non hanno mai avuto) sui grandi studi professionali i quali potranno svincolarsi dai limiti di pubblicità, tariffe e quant’altro, con il semplice inserimento tra gli scopi sociali dell’esercizio dei servizi di cui alla direttiva 92/50/Ce o di altre simili disposizioni comunitarie. Come a dire che, se nel mercato globale gli Ordini professionali vogliono autocondannarsi alla marginalità possono farlo senza però coinvolgere quelle realtà professionali che cercano comunque di emergere e di competere con gli studi stranieri. Saranno poi le leggi del mercato a decidere della sopravvivenza degli studi professionali».

N.T.