Albi e Professioni: Un inutile compromesso

12/11/2000

loghino.gif (3272 byte)

ombraban.gif (478 byte)




Sabato 11 Novembre 2000
Un inutile compromesso

di Marcello Clarich

Chi governa i processi di liberalizzazione si muove, per così dire, tra Scilla e Cariddi: mettere a punto una riforma coraggiosa che non ha però alcuna probabilità di ottenere i consensi necessari; oppure concertarla con le rappresentanze degli interessi che più hanno beneficiato del regime vincolistico e dar corso così a una finta liberalizzazione.

Nella lunga fase di gestazione, la riforma delle libere professioni ha rischiato più volte di naufragare soprattutto sul secondo scoglio.

Il disegno di legge proposto dal ministro della Giustizia, Piero Fassino, che è stato approvato ieri dal Consiglio dei ministri e che ha la veste di una semplice delega legislativa da attuare in uno o più decreti governativi, traccia una rotta mediana, destinata comunque a scontentare, per ragioni opposte, gli statalisti irriducibili e i liberisti radicali.

Nel primo gruppo rientrano quegli esponenti delle categorie professionali arroccati su posizioni di conservazione. Molti esponenti degli Ordini non gradiranno, per esempio, l’apertura all’utilizzo delle società di capitali, con la partecipazione anche di soci non professionisti, per tutti i servizi che non rientrano nel regime di riserva in senso stretto.

Allo stesso modo le norme sul riconoscimento pubblico delle associazioni di professionisti rischiano di non essere apprezzate né dagli Ordini professionali né dalle categorie professionali non regolamentate: i primi vedranno crescere attorno a sé associazioni formate dai propri iscritti che, conquistata poco a poco una reputazione in termini di qualità dei propri membri e di rigore e serietà, potranno fare ombra agli organismi ufficiali; le seconde verranno deluse nell’aspirazione a conseguire una veste pubblicistica a tutti gli effetti, con tanto di regime di riserva di attività.

Del resto, nel Documento di programmazione economica-finanziaria per gli anni 2000-2003 è scritto a chiare lettere che «sarà essenziale un impegno del Parlamento affinché non si proceda all’istituzione di nuovi ordini e albi professionali».

Sul fronte opposto, di gran lunga minoritario, dei liberisti radicali si pone chi, sulla scia degli orientamenti comunitari e delle prese di posizione dell’Autorità Antitrust, vorrebbe sopprimere gran parte dei regimi di riserva legale, che sottraggono al mercato e alla concorrenza una quantità di servizi professionali molto più ampia di quanto non accada in altri Paesi, e privatizzare tutti o quasi tutti gli ordini professionali.

A questo fronte non può piacere la disposizione che ratifica tutti i regimi di riserva legale esistenti e rinuncia, come invece propone il Dpef 2000-2003, a «limitare ai soli settori per i quali esistano reali esigenze di tutela dei consumatori l’istituzione di un ordine professionale». È quanto meno scomparsa, rispetto alla bozza di riforma predisposta due mesi fa (si veda «Il Sole-24 Ore» del 7 settembre), una norma che avrebbe consentito un’estensione amplissima dei regimi di riserva.

Né può piacere la possibilità di mantenere un sistema di tariffe minime inderogabili, sotto forma di corrispettivi rapportati «al costo della prestazione, comprensivo delle spese e del compenso del professionista». Dal punto di vista antitrust, la fissazione di prezzi minimi uniformi è una delle ipotesi più macroscopiche di distorsione della concorrenza. Su questo punto, il disegno di legge corre sul filo del diritto comunitario che sembra consentire forme di regolazione tariffaria pubblica, purché esse non consistano in un mero "stampone" a ratifica delle proposte degli ordini e collegi professionali.

L’articolato prevede cioè che le tariffe siano elaborate da commissioni ministeriali «con la partecipazione minoritaria di esperti designati dagli ordini e collegi professionali interessati». Per sapere però se, per esempio, le associazioni dei consumatori e delle imprese interessate a non gonfiare le tariffe avranno voce in capitolo bisognerà attendere i decreti legislativi.

Il disegno di legge risulta comunque più coraggioso della bozza circolata due mesi fa. Il nuovo testo consente, per esempio, che tirocinanti e praticanti devono essere retribuiti, getta le basi per una disciplina più uniforme delle professioni regolamentate consentendo anche l’accorpamento di ordini e collegi.

Il disegno di legge ha poche possibilità di essere approvato in questo scorcio di legislatura, ma ha almeno il pregio di smuovere acque stagnanti da troppo tempo.