“Albi 2″ L’effetto Monti incrina il monolito degli ordini

26/05/2004

Lunedì 24 maggio 2004

    Albi in discussione/2
    L’effetto Monti incrina il monolito degli ordini
    Professioni divise tra più e meno esposte al mercato. Ue spaccata tra Commissione liberista e Parlamento prudente. E il governo? Non riforma

    Il vento liberalizzatore di Bruxelles comincia a soffiare sempre più forte. La commissione europea lo scorso gennaio ha presentato una direttiva per creare un grande mercato unico delle attività di servizio – così come è stato fatto a suo tempo per le merci – e, dopo le elezioni di giugno, il processo normativo per la libera circolazione delle professioni vedrà una robusta accelerata. Nulla di traumatico, intendiamoci. Se tutto procede, l’iter applicativo della direttiva partirà gradualmente dal 2005 per diventare operativo entro il 2010. Una mossa che, tuttavia, è stata come una doccia fredda per il «medioevale» – così lo hanno definito Giuliano Amato e Giuseppe Tesauro, i due ultimi presidenti dell’Antitrust – mondo delle professioni ordinistiche. Che è corso ai ripari organizzando a Napoli un gigantesco convegno per lanciare il «manifesto delle professioni per l’Europa». E per coinvolgere anche altri Paesi nella difesa dei «valori» e non «del principio della concorrenza», sui cui si basano sia la Costituzione che il Trattato Ue. E per disinnescare quel missile a testata multipla progettato dal commissario Mario Monti per equiparare le professioni all’attività di impresa aprendo così la strada alle leggi della concorrenza.

    A onor del vero l’Europa, su questo tema, sta vivendo una forte spaccatura tra la commissione e il Parlamento. Se la prima è fonte di innovazione, il secondo si muove con più circospezione. Non è un caso che nel dicembre scorso Strasburgo abbia approvato la risoluzione del deputato di Forza Italia, Salvatore Zappalà, che di fatto riconosce agli ordini la difesa della competenza, dell’integrità e della responsabilità delle professioni. I 27 ordini professionali, organizzati dal Comitato unitario (Cup), hanno comunque messo sul piatto tutto il loro potere di lobby. E nel comunicato del convegno napoletano al quale hanno partecipato una lunga schiera di politici di governo e di opposizione, hanno ricordato di rappresentare una massa di 3 milioni e 590 mila persone, alias elettori. A questa cifra si arriva sommando ai 1.690.000 iscritti agli albi, i 900 mila praticanti e il milione di dipendenti degli studi professionali.


    Una difesa più che legittima, e finora perfettamente vincente visto che è riuscita a fermare qualsiasi progetto di riforma proveniente sia da sinistra che da destra, ma che urta con la modernizzazione della nostra società e con la partenza dell’allargamento a 25 dell’Unione europea divenuta realtà dal primo maggio. Questi ritardi endemici di un settore che rappresenta il 20% del Pil, stanno presentando il conto. Ennio Lucarelli, presidente di Fita (il terziario di Confindustria), ha calcolato «che l’Italia è tra i pochi Paesi europei a importare più servizi professionali di quanto ne esporti». Il saldo è negativo per oltre 4 miliardi di euro, aggiornato al 2002. Si salvano solo gli studi di ingegneria con un attivo di 437 milioni di euro.


    Nelle ultime due settimane qualcosa si sta tuttavia muovendo nella granitica difesa degli ordini e nella vecchia diatriba tra questi e il mondo delle associazioni. All’interno del Cup infatti, contestualmente alla manifestazione napoletana che non a tutti è piaciuta, si è creata una sorta di «scissione» tra chi ha il diritto all’esclusività (come notai, avvocati, medici e farmacisti) e quelli che, di fatto, sono già sul mercato come i commercialisti e i ragionieri.


    Tra chi non ha l’esclusiva sta maturando l’idea di dialogare con le associazioni che sono rappresentate dal Colap. Di questa esigenza si fa interprete Dina Porazzini, presidente degli agronomi. «Dal nostro congresso è emersa la volontà di modernizzare il sistema delle professioni e di cercare un rafforzamento reciproco con le associazioni».
    Il Cup è dunque un po’ meno monolitico e al rinnovo del consiglio direttivo di metà giugno si vedrà se emergeranno o meno queste nuove sensibilità. Già due anni fa un gruppetto di professionisti fece una sorta di spin-off dal Cup per andare a creare il Cap. Sono farmacisti, architetti, biologi dell’ambiente e i design in rappresentanza di circa 10 mila iscritti. «Siamo una pattuglia piccola ma significativa e molto motivata – spiega Marco De Allegri, architetto e portavoce del Cap -, ce ne siamo andati perché gli ordini difendono solo gli interessi delle categorie come dimostra l’esistenza delle tariffe minime, l’Italia è l’unico Paese dell’Unione che ancora le ha».


    Quello delle tariffe è un altra storia frutto di polemiche infinite. Gli avvocati sono riusciti a ottenere dal governo aumenti medi del 25% e ora una lunga fila di richieste si sta accatastando sul tavolo del sottosegretario alla Giustizia Michele Vietti. Suscitando la risentita reazione degli iperliberisti dell’Istituto Bruno Leoni che per bocca del presidente Alberto Mingardi è arrivato a reclamare l’abolizione degli ordini. Nella selva di sigle, comitati e associazioni varie, per radicalismo si distingue l’Agiconsul, che raggruppa l’attività di consulenza legale.
    Il presidente Riccardo Cappello vede male anche le associazioni «che sognano di diventare albi per ottenere l’esclusiva e quindi commesse dallo Stato». E punta il dito contro il pericolo di invasione. «Siamo in una situazione ridicola e gravissima – spiega Cappello -, da un lato Monti e Tesauro spronano alla concorrenza, dall’altra la Corte d’appello di Milano ha recentemente cancellato lo studio Carnelutti perché all’interno non c’è più nessuno con quel nome». Una cosa assurda visto che in Italia arrivano studi legali dall’estero addirittura con nomi di fantasia come Freshfield.


    E il governo? In questo panorama prende o perde tempo, giocando con testi di riforma che spariscono e si accorpano. A parte il decreto La Loggia che ha fatto chiarezza sulle competenze degli Ordini che restano allo Stato, mentre quelle delle associazioni vanno alle Regioni, da registrare vi è un conflitto politico e personale tra il ministro della Giustizia Roberto Castelli (Lega) e il suo sottosegretario Vietti (Udc). Il ministro non perde occasione di giudicare la riforma Vietti solo una «bozza». Vietti è arrivato a definire il ministro come «killer della riforma delle professioni». Forse il declino del Paese si nutre anche di queste mancate riforme.

    Roberto Bagnoli