“Albi 1″ Tra i due litiganti il consumatore non gode

26/05/2004

Lunedì 24 maggio 2004

    Albi in discussione/1

    Tra i due litiganti il consumatore non gode
    Da una parte gli ordini riuniti nel Cup. Dall’altra le associazioni organizzate nel Colap. Chi acquista servizi ha meno voce in capitolo. Per ora

    Il mondo degli ordini è molto complesso, e complessa è l’articolazione delle posizioni in campo. Ecco chi sono e cosa vogliono i tre protagonisti principali del mercato.

    Ordini
    Nato una decina d’anni fa, quando le prime bordate dell’allora presidente dell’Antitrust Giuliano Amato costrinsero i professionisti ad organizzarsi, il Comitato unitario permanente degli ordini e dei collegi (Cup) conta 27 categorie professionali. E se verranno accolti anche i medici, che hanno fatto domanda di adesione pochi giorni fa, nelle file già numerose del Cup si aggiungeranno alla ventottesima casella i 338 mila camici bianchi pronti a difendere le loro prerogative.
    Il presidente del Cup è l’architetto Raffaele Sirica. Alle accuse di chiusura e di conservatorismo che piovono un po’ da tutte la parti, Sirica risponde con pacatezza. A ogni critica dà la sua risposta. Conservatori? «Non è vero, gli ordini ci sono in tutto il mondo e poi noi siamo disponibilissimi a modernizzare l’attuale assetto come dimostra la fusione in corso tra commercialisti e ragionieri». La legge di riforma Vietti fatta a loro misura? «Risponde anche alle esigenze delle associazioni per le quali si prevede di valutare la consistenza delle nuove professioni». La polemica sulla tariffa unica? «Sono state scritte un sacco di inesattezze», precisa il presidente del Cup, «innanzitutto non siamo i soli in Europa ad averla ma siamo in compagnia anche della Germania». E poi bisogna vedere se tutte le osservazioni che a proposito ha fatto il commissario Mario Monti sono fondate. Il commissario, per esempio, nei mesi scorsi ha affidato a un istituto di ricerca di Vienna il compito di valutare gli effetti degli eccessi di regole sulla concorrenza e sui

    consumatori.
    «La sintesi non è stata a noi favorevole e allora il Cup ha dato l’incarico alla facoltà di Economia dell’università di Bologna di valutare il rapporto tra le tariffe minime, il principio della concorrenza e gli interessi generali». A fine giugno dovrebbe arrivare il responso. Gli ordini sono sicuri di portare fieno in cascina anche perché, come ricorda Sirica, ci sono molte sentenze che dimostrano come le tariffe minime – purché determinate da soggetti terzi – garantiscono la qualità del lavoro. Infondate anche le paure di scarso accesso alla professione. Gli avvocati hanno ormai superato quota 150 mila e i commercialisti in vent’anni sono triplicati.


    Consumatori
    «Continuiamo a ricevere lamentele e segnalazioni dai nostri associati insoddisfatti dei servizi offerti dal mondo delle libere professioni». Paolo Martinello è avvocato e presidente di Altroconsumo. Della piega che sta prendendo la vicenda della riforma delle professioni è visibilmente preoccupato. Al punto da indire un convegno milanese, proprio dopo quello romano delle associazioni e quello napoletano degli ordini, per invitare i politici a cambiare marcia. «L’Europa ci invita a liberalizzare ma l’Italia, dove le professioni sono maggiormente regolamentate, sembra andare in direzione opposta». Per Martinello incomprensibile l’atteggiamento dei politici – di qualsiasi schieramento – da sempre più sensibili agli interessi particolari delle lobby dei singoli ordini che a quelli ben più numerosi ed elettoralmente più redditizi dei consumatori. Forse la ragione sta nel fatto che oltre la metà dei nostri parlamentari è iscritta agli ordini. Altroconsumo guarda con sospetto anche il decreto La Loggia. «Tutti lo hanno giudicato positivamente», spiega Martinello, «ma se si va a leggere bene il testo si scopre che alle Regioni viene delegato il funzionamento delle associazioni con il rischio che un professionista potrà esercitare in Piemonte ma non nel Lazio». Una confusione che penalizzerà soprattutto il consumatore.


    Associazioni
    «Il Cup sta facendo una grossa battaglia per mantenere gli interessi anche personali di chi sta al vertice degli ordini, mentre noi vogliamo una legge che consenta a tutti di lavorare meglio». Giuseppe Lupoi, 59 anni, ingegnere libero professionista, è il fondatore del Colap, l’aggressivo coordinamento che raggruppa 140 associazioni non regolamentate, con 280 mila iscritti ma un bacino di riferimento di oltre 3,5 milioni di lavoratori come ha rilevato una ricerca del Censis.
    Il Colap è nato nel 1999 «proprio per togliersi dal giogo degli ordini», racconta Lupoi che, in qualità di ex presidente dell’Oice (ingegneri e progettisti), riuscì a inserire nella legge Merloni la possibilità per gli studi tecnici di far ricorso all’apporto di capitali esterni.
    Alla luce di quanto sta avvenendo in Europa e nel mondo delle professioni, la missione principale che il Colap si è data è la seguente: secondo quanto sostiene la direttiva 9251, alle associazioni devono essere rilasciati attestati di competenza che abbiano valore anche all’estero. In mancanza di questo certificato, un tributarista polacco può aprire uno studio in Italia ma non viceversa.
    Lupoi sta presidiando attivamente la nuova riforma delle professioni che, in due testi, sta ferma da tempo in Parlamento. «Cerchiamo di evitare trabocchetti, come il tentativo di emarginare i fiscalisti da parte degli ordini dei commercialisti e dei ragionieri che mirano ad avere nuove esclusive». Nell’ultima convention, il presidente del Colap ha ricordato a politici e sindacalisti che il settore dei servizi professionali in Italia contribuisce per il 20% del Pil, conta oltre 4 milioni di lavoratori, ed è l’unico che continua a creare ricchezza e occupazione.
    «Ma le norme sulle professioni», sostiene Lupoi, «sono le stesse dei primi anni del secolo scorso». Lupoi non ha risparmiato una tirata d’orecchie all’esecutivo di Berlusconi. «E’ arrivato al potere come governo liberale e ha convinto anche molti di noi», sostiene il presidente del Colap, «ma nei comportamenti sembra ostaggio dei poteri forti, delle lobby e delle rendite di posizione».

    Roberto Bagnoli