«Albergo Italia» vale 22 miliardi €

25/11/2002




          25 novembre 2002

          TURISMO


          «Albergo Italia» vale 22 miliardi €

          Turismo – Viene presentato oggi l’ultimo Rapporto sul settore, che rappresenta il 10% dell’intera offerta mondiale

          Mariolina Sesto


          Non solo il motore del turismo, ma anche un pezzo rilevante di ricchezza del Paese. Il settore alberghiero "pesa" in modo notevole sull’economia italiana. È l’entità delle sue cifre a dimostrarlo: 22 miliardi di euro di fatturato, pari al 2% del Pil, 33mila imprese, 900mila camere, 1,7 milioni di posti letto e 255mila posti di lavoro. Nell’insieme il sistema italiano rappresenta il 10% dell’offerta mondiale ed è superato, per capacità ricettiva, solo da quello statunitense. Il comparto è stato scandagliato dal «Rapporto 2002 sul sistema alberghiero in Italia», promosso da Federalberghi-Confturismo (25mila associati) e reso noto questa mattina a Rimini nell’ambito del Sia (Salone internazionale delle attrezzature alberghiere). Centro-Nord in testa. I dati del Rapporto parlano chiaro: sono le Regioni centro-settentrionali a detenere la stragrande maggioranza delle strutture alberghiere, mentre il Sud arranca con percentuali quasi sempre a una sola cifra. In particolare, è il Trentino-Alto Adige a detenere la quantità più elevata di hotel con una quota pari al 18,3% dell’intero parco alberghi nazionale. Subito dopo, con il 14,9%, si piazza l’Emilia Romagna, seguita dal Veneto (9,6%), dalla Toscana (8,8%) e dalla Lombardia (8,5%). Per trovare una Regione meridionale bisogna scorrere l’elenco fino alla nona posizione, dove si trova la Campania con il 4,3 per cento. Arrivi e pernottamenti. L’Italia accoglie annualmente oltre 80 milioni di arrivi turistici, di cui oltre 45 milioni sono italiani e 35 milioni stranieri. Di tutto il monte arrivi e pernottamenti, gli alberghi assorbono l’83% degli arrivi e il 70% dei pernottamenti. La Regione più gettonata in termini di notti trascorse in hotel è l’Emilia Romagna con 30,6 milioni all’anno, seguita dal Trentino-Alto Adige con 30,3 milioni. Ottimi risultati anche per il Veneto con 27,5 milioni di pernottamenti, il Lazio con 25,9 milioni, la Toscana con 21,9 milioni e la Lombardia con 19,3 milioni. Quanto alla permanenza media in hotel, per gli italiani si attesta sulle 3,6 notti; poco più bassa quella degli stranieri, che si ferma a 3,4 notti. Quote di mercato. Ma quali sono le località in cui il settore alberghiero fa più affari? Dall’analisi del monte pernottamenti alberghieri relativo ai soli turisti italiani, si scopre che la più grande quota di mercato – il 34,6% del totale – spetta alle località marine; le città d’arte si aggiudicano il 22,3% e le località montane il 14,2 per cento. Leggermente diversa la distribuzione degli stranieri, che mettono al primo posto i luoghi d’arte (36,1%) e subito dopo scelgono le località marine (24,3%). I flussi internazionali. Il Rapporto effettua anche un excursus sui flussi turistici internazionali verso il nostro Paese e la loro incidenza sui pernottamenti, che è passata dal 33,6% del 1990 al 41,4% del 2000. All’estero, invece, la classifica nel comparto alberghiero vede al primo posto la Germania con il 32% di quota di mercato, seguita dal Regno Unito con il 9%, dagli Stati Uniti con l’8%, dalla Francia con il 7,9% e dall’Austria con il 5,2 per cento. Le catene alberghiere. Il nostro Paese, comunque, rimane poco presidiato dalle grandi catene alberghiere. Degli oltre 33mila alberghi, infatti, solo il 2% è costituito da imprese che fanno capo a catene internazionali. Troppo poco rispetto alle percentuali dei maggiori concorrenti europei: nel Regno Unito le grandi catene rappresentano il 20% del totale, in Francia arrivano al 18% e in Spagna al 12 per cento. Se, però, alle catene internazionali si aggiungono anche i gruppi familiari che gestiscono almeno due imprese, la percentuale italiana tocca un meno modesto 7,5 per cento. Un dato che non necessariamente è sintomo di debolezza del sistema; anzi, rispecchia una tradizione – quella della piccola e media impresa – che è il punto di forza di molti settori dell’economia nostrana. Del resto, un modello analogo si ritrova in Germania, anch’essa legata a un tipo di gestione alberghiera prettamente familiare se non individuale. E tuttavia, nel corso dell’ultimo decennio, il Rapporto certifica un trend di razionalizzazione delle strutture esistenti in Italia. Se infatti tra il ’90 e il 2001 gli esercizi sono diminuiti del 7,6%, nello stesso periodo il numero delle camere è aumentato del 4%: a fronte, quindi, di una parte di alberghi che ha cessato l’attività, la parte rimanente ha investito, potenziando il numero di posti letto disponibili.