Alberghi Tassa digeribile solo con il vincolo d’uso

14/02/2011

Il tributo di soggiorno ha provocato la rivolta di 34 mila esercenti. E il ministro Brambilla promette di darla al turismo
A vevano pensato persino a una serrata del 17 marzo, il giorno in cui verrà celebrato il 150 ° anniversario dell’Unità d’Italia. Gli albergatori italiani di tassa di soggiorno non vogliono proprio sentire parlare. Eppure questa rappresenta una delle prime novità del federalismo fiscale: da 50 centesimi a 5 euro a carico degli alberghi, dunque dei turisti. Una decisione che ha scatenato furibonde polemiche al punto da «costringere» il ministro al turismo Brambilla a un intervento che garantisse che gli introiti della tassa di soggiorno fossero destinati esclusivamente al comparto. «Sarebbe l’unico elemento che potrebbe aiutarci a ingoiare il rospo — dice Bernabò Bocca, presidente di Federalberghi — perché comunque questo rimane un provvedimento sbagliato. Innanzitutto perché crea un ulteriore gap con i nostri concorrenti: in Francia, nostro maggior competitor, la tassa si ferma a 1,20 euro. A questo si aggiunga che gli albergatori francesi hanno un’Iva al 5,5%, gli spagnoli al 7%e gli italiani devono fare i conti con l’aliquota del 10%. Tutti ostacoli alla nostra competitività che pesano come macigni in periodo di crisi dura come quella attuale» . I proventi Però adesso si parla di vincolo d’uso per questa tassa molto diffusa anche negli Usa. «Negli Stati Uniti però la pagano — obietta Bocca — tutti gli operatori legati al turismo: musei, commercianti, ristoranti. In merito alla destinazione, ci crederemo quando verrà realizzata. Servono strategie più incisive e soluzioni più competenti per aiutare la nostra industria. Ma prima bisognerà considerarla alla stessa stregua degli altri settori industriali e magari invitare anche noi al tavolo prima di prendere delle decisioni» . Di recente anche TripAdvisor, il sito di recensioni di viaggio più grande del mondo, ha lanciato un sondaggio tra i suoi utenti ed emerge che il 62%del campione ritiene che la tassa di soggiorno rappresenterebbe solo un’ulteriore spesa per i viaggiatori internazionali e nostrani rischiando così di scoraggiare il turismo in Italia Eppure, in tempi di casse statali prosciugate, l’idea di poter contare su un tesoretto da reinvestire nel sistema turismo fa gola a tanti. «È indubbio che quei soldi rappresentino una grande opportunità per il nostro comparto — spiega Patrizio Cipollini, direttore del Four Season’s di Firenze —. Il nostro sistema per essere rilanciato ha bisogno di infrastrutture all’avanguardia: aeroporti, stazioni, porti autostrade rappresentano il primo biglietto da visita. E poi servizi e personale in grado di valorizzare le città d’arte e quella a forte richiamo naturalistico. Se i ricavi di questa tassa andassero al nostro settore, potrebbero costituire il volano del rilancio. In merito all’entità della tassa di soggiorno, invece, si potrebbe pensare a qualche ritocco: i nostri clienti, come tutti quelli dei cinque stelle non fanno caso a cinque euro. Ma per gli alberghi di categoria inferiore può essere un forte handicap. Sarebbe meglio pensare a tariffe proporzionate alla categoria delle strutture» . Le richieste Ma le proteste dei 34 mila albergatori italiani si estendono a tutte le carenze evidenziate dal sistema: durante la crisi il governo ha varato incentivi per molti settori (motorini, elettrodomestici, cucine, edilizia) ma mai è stata creata una soluzione su misura per il turismo. Eppure molti osservatori internazionali indicano questo come il ramo d’industria potenzialmente più forte per un paese che rischia di vedere gran parte del suo manifatturiero delocalizzato all’estero. Allo stato attuale invece il turismo, malgrado produca circa il 10%del Pil italiano e occupi l’ 11%della forza lavoro, non sembra avere grande peso politico. Forse, anche perché risulta composto quasi esclusivamente da piccole realtà imprenditoriali che esprimono un peso politico inferiore a quello che esercitano le grandi catene internazionali in altri paesi. Il gruppo Hilton, in tal senso, è uno di quelli che va in controtendenza continuando a scommettere sull’Italia: sintomatico il caso di Genova dove qualche giorno fa è stato siglato l’accordo per un Hampton by Hilton. «L’Italia rimane nella top five delle destinazioni mondiali e per il nostro gruppo rappresenta un mercato strategico molto importante — spiega Alan Mantin, senior development director Southern Europe &Africa, Hilton Worldwide —. Proprio la caratteristica italiana di avere carenza di grandi catene, soprattutto nel target medio, crea le condizioni migliori per un brand diversificato come il nostro» . Eppure rimane esigua la presenza di grandi catene straniere sul territorio italiano. «Il problema maggiore — continua Mantin — è rappresentato dalle strutture poco adatte alle grandi catene che chiedono sempre molte camere e servizi adeguati, mentre la tradizione italiana è fatta di piccole realtà a gestione familiare. Anche la tassa di soggiorno non sembra un elemento d’aiuto, temo possa essere un problema soprattutto per la convegnistica: quando bisogna decidere dove prenotare un evento per migliaia di persone il costo della tariffa diventa determinante» .