Al vertice in azienda: le donne manager solo sette su cento

18/06/2010

La difficile ascesa nelle imprese italiane
Una sindacalista, Susanna Camusso; due «amministratrici delegate», Alessandra Ghisleri di Euromedia Research e Donatella Treu del Gruppo 24 Ore; un esperto di diritto del lavoro, Michele Tiraboschi dell’Università di Modena e Reggio Emilia; una donna manager, Luisa Todini, presidente dell’Associazione costruttori europei. Saranno loro, oggi all’Auditorium della Tecnica di Confindustria a Roma, a discutere di donne, lavoro e potere alla XXII edizione del Premio Marisa Bellisario, che consegnerà le «Mele d’oro» alle protagoniste del 2010. A stimolare il dibattito la ricerca della Gea su «Donne, motore dello sviluppo». Conclusioni dei ministri Tremonti e Sacconi.
Al vertice Cynthia Carroll, amministratore delegato di Anglo American (Ansa)
La «quieta rivoluzione» si è fermata a metà strada. L’operaia in tuta blu dalla copertina dell’Economist (il numero era quello d’inizio anno) mostrava i muscoli annunciando al mondo: l’abbiamo fatto, we did it. L’abbiamo fatto, signori uomini: vi abbiamo superati, oggi le donne sono più della metà della forza lavoro dei paesi ricchi. Un traguardo che premia decenni di impegno femminista e femminile. Ma c’è un ma. L’operaia è, appunto, un’operaia. Il sorpasso lento delle lavoratrici sui loro colleghi è avvenuto lontano dalle stanze che contano, dai posti di comando. Sorpasso in fabbrica e in ufficio, ma appena si sale ai piani alti le donne scompaiono.
Così il bicchiere, adesso, può essere visto mezzo pieno o mezzo vuoto. «La buona notizia è che gli economisti cominciano a dirci che il nuovo "tutto" che le donne vogliono (carriera, famiglia, tempo libero) conviene a tutti, non solo a loro— riflette Lella Golfo, presidente della Fondazione Bellisario —. La nostra ricerca, però, ci ha dato l’ennesima conferma che per le donne il problema vero è arrivare al vertice».
La ricerca è quella che Gea ha condotto per la Fondazione Bellisario. L’obiettivo è indagare il ruolo delle donne nell’economia italiana, da un’angolatura particolare però: la gestione del potere. Qual è la presenza femminile nei vertici aziendali? Come fare per accelerare l’ascesa delle donne? È su questo doppio binario — numeri e politiche per cambiarli— che si snoda l’intero lavoro. Mille e 800 le aziende campione, per un totale di 11.730 posizioni censite e radiografate.
Primo risultato: solo il 6,9 per cento delle donne occupa posti di comando, il che equivale a dire che il 93 per cento delle posizioni manageriali sono ancora ricoperte dagli uomini (e detto così il dato fa più impressione: un tale squilibrio di proporzione fra i sessi non si vede più da nessun’altra parte, neppure negli stadi di calcio). Ma non tutti i settori sono uguali: in alcuni le donne riescono a farsi strada più che in altri. Nell’ abbigliamento-tessile, per esempio, la percentuale di potere rosa raddoppia (15,1%), in quello bancario o petrolifero crolla (4,1 e 2,9%). Differenze anche geografiche: la regione più aperta alle donne è il Piemonte (8,4), quella più inaccessibile l’Abruzzo (1,9).
Sono poche, eppure le donne al vertice ci sono. Chi sono? Che fanno? Due su tre sono presidente o membro del Cda; solo un terzo dello sparuto drappello ha il ruolo operativo di un amministratore delegato o di un direttore generale. Le donne, dice la ricerca, dimostrano «creatività, intelligenza emotiva e capacità di ascolto, caratteristiche determinanti nei processi di cambiamento delle organizzazioni», però, a giudizio maschile, «mancano di leadership e di visione strategica». Nella gestione dei conflitti e dello stress le performance femminili crollano: essere da sempre ai margini del business, e non «dentro» il business, ha impedito di farsi i muscoli. «I fattori di debolezza rispetto agli uomini — continua la ricerca — sono tutti riconducibili al tema delle competenze negoziali». Vendere, comprare, mediare: è su questi terreni che si deve giocare la nuova partita femminile. Come? La ricerca indica due strade per colmare il gap di esperienze e competenze: la job rotation, con maggiore esposizione femminile alle aree operative, e la formazione ad hoc su temi negoziali. «Occorre una precisa volontà del top management per progettare e mettere in atto piani con obiettivi e scadenze verificate— spiega Enzo Losito Bellavigna della Gea —. Il 74% delle donne e il 49% degli uomini del nostro campione ne è convinto».
Non solo criticità. Investire sulle donne conviene, sostiene ancora lo studio: migliora l’immagine dell’azienda, il clima interno, lo sviluppo organizzativo e la capacità di attrazione di nuovi talenti.
Per sbloccare la situazione servono le famose «quote»? La ricerca prende una posizione netta: «Nelle aziende e nei settori in cui la situazione è davvero critica, l’introduzione di quote di genere può concretamente rappresentare un punto di svolta». Le donne sono favorevoli, gli uomini cauti, ma disponibili: il 54% dice sì a quote per tutte le funzioni e per tutti i livelli; il 44% per il solo consiglio di amministrazione. «Ci sentiamo di prevedere — chiude Losito Bellavigna— per i prossimi tre anni una decisa accelerazione della presenza delle donne in posizioni manageriali». La fondazione Bellisario ci mette del suo: «Dicono che non ci sono donne pronte per i ruoli che rivendichiamo: forniremo alle società quotate 1000 curricula di donne ready for board », pronte per il ponte di comando.