Al supermercato contando gli spiccioli

16/05/2003

              venerdì 16 maggio 2003
              Al supermercato contando gli spiccioli
              Il carovita tocca anche la classe media. Rinunce sulla spesa ed è boom dei discount

              Francesco Fasiolo
              ROMA Un signore in giacca e cravatta è fermo davanti al bancone della frutta. Guarda le pesche che ha appena comprato: «Sono quattro, piccole e ho speso due euro e venti. Di solito mi piace provare le primizie, ma d’ora in poi posso anche rinunciare a certi sfizi».
              Roberto ha 51 anni ed è un medico, non è certo vicino alla cosiddetta
              «soglia di povertà», fissata dall’Eurispes a 1083 euro mensili per le famiglie di tre persone, e 488 per i single. Ma fa parte di quel ceto medio che quando va al supermercato, da un po’ di tempo a questa parte, fa la spesa con più criterio. Sono quelli che hanno
              il parquet e adesso cercano di risparmiare sui detersivi per lavarlo, o
              che hanno deciso di togliersi l’abitudine di sgranocchiare una barretta di cioccolato mentre sono in attesa alla cassa. Ridurre le spese superflue: niente più «sfizi», insomma? «Non c’è un vero e proprio calo dei consumi da parte del ceto medio» spiega Paolo Landi, presidente dell’Adiconsum «ma piuttosto una maggiore attenzione
              generale durante l’atto dell’acquisto. Si perde più tempo a valutare il
              rapporto qualità prezzo».
              Andiamola a conoscere, allora, questa classe media di consumatori
              attenti. Proprio all’ingresso della Gs del centro commerciale
              Cinecittà 2, a Roma sud, un cliente tentenna davanti alle bottiglie della Coca Cola: «Ecco una cosa a cui ho dovuto rinunciare. Le prendo solo se ci sono delle feste, o in occasioni particolari. Insomma sono
              diventate un acquisto mirato, non più quotidiano». Piero Etnasi ha 46
              anni, ed è un dipendente del comune. «Io e mia moglie guadagniamo in due 2500 euro, insomma, non ce la passiamo troppo male – ci racconta – eppure abbiamo cominciato a rinunciare ai detersivi con marche famose. Da quest’anno abbiamo anche cambiato le nostre abitudini alimentari: adesso prendiamo molti più surgelati, e meno
              prodotti freschi. E devo ammettere che dopo tanto tempo sono tornato in un discount». Non è l’unico: dall’Eurispes confermano che un passaggio verso questi «supermercati più poveri» esiste, ed è generalizzato. Riguarda insomma persone con i redditi più diversi:
              al Todis di via Tuscolana, oltre ai soliti studenti e coppie giovani, troviamo anche Giorgio, che fa l’architetto, e che ormai da due anni fa al discount «l’ 80 per cento della spesa». «Da noi vengono proprio tutti» dicono soddisfatti i responsabili, «da quelli con il Mercedes ai ragazzi della scuola qui davanti».
              In cerca di risparmio sono anche i liberi professionisti, come conferma
              Domenico Santoro, il direttore della Conad di via Ignazio Giorgi, a due
              passi da piazza Bologna, una zona medio borghese. «Nel quartiere ci sono moltissimi single e professionisti e i surgelati vanno sempre bene, ma nell’ultimo anno abbiamo avuto un incremento record. E la novità è che in tanti hanno abbandonato il pesce fresco, per prendere quello surgelato».
              L’indagine pubblicata dall’Eurispes la scorsa settimana sui prezzi degli alimentari ha segnalato la più consistente diminuzione di prezzo nel primo quadrimestre 2003 proprio per i surgelati: -8,7%. Segno opposto per frutta e verdura: del loro aumento (+12,3%) se ne sono accorti tutti. Anche Carla, 33 anni, insegnante: «Devo tirare su
              due figli, e non posso certo rinunciare alla frutta e alla verdura.
              Ma come vedi – ammette ridendo – adesso sto prendendo gli spinaci più economici, quelli a un euro al chilo». Chi può, cambia il suo menù: al reparto carni c’è Carolina, 43 anni, che ammette: «L’unico cambiamento dell’ultimo anno riguarda i tagli pregiati. Ci rinuncio,
              e magari li sostituisco con il prosciutto, o altri affettati. Io sono casalinga, viviamo con lo stipendio di mio marito, che fa il medico in una struttura pubblica». In molti hanno trovato un’altra soluzione: i prodotti con il marchio del supermercato. Costano meno rispetto a quelli delle aziende leader, e in alcuni casi la differenza di qualità non è così netta come qualcuno immagina. Qui a piazza Bologna, ad esempio, l’insalata in busta della Conad va meglio di quella della Bonduelle: «qualche mese fa ne ordinavamo cinque pezzi al giorno,
              ora nove». Non è un caso singolo: le marche a volte non funzionano
              come prima. A pochi passi dalla Conad c’è la Gs, su via XXI Aprile.
              Marco, 31 anni, finanziere, esce dal supermercato con tre scatole di cereali: «I miei preferiti sono quelli della Kellogs. Ma in questo periodo sto prendendo quelli della Gs». E Michele, praticante avvocato in un importante studio del quartiere Prati: «Ho appena cominciato a lavorare, quindi i miei consumi sono aumentati, dato che ora ho più soldi. Però al posto delle merendine ormai prendo sempre i biscotti del supermercato». Naturalmente c’è anche chi non ha cambiato le sue abitudini. È il caso dei clienti della Standa di via Cola di Rienzo, nei
              quartieri bene di Roma nord. Qui, spiega il direttore Giuseppe Gargiulo, «la gente continua a comprare prodotti di marca o comunque quelli a cui è affezionata». In effetti, proprio mentre
              parliamo ci passa accanto un signore con il carrello pieno di caramelle:
              non esattamente beni di prima necessità.
              Anche Giuseppe e Marina, entrambi trentenni, biologo lui, insegnante
              lei, incontrati nella Gs di via XXI Aprile sembrano convinti: «Noi alla pasta buona non ci rinunciamo. Vogliamo mangiare bene». Ma, conclude Giuseppe, «ora che ci penso, se alla Coop o alla Auchan troviamo i sughi del supermercato prendiamo quelli al posto di quelli di marca. Per il resto la spesa è sempre uguale, i nostri acquisti non
              diminuiscono, anche se aumentano le lacrime».