Al Senato primo sì per la riforma delle pensioni

14/05/2004

      14 Maggio 2004


      Al Senato primo sì per la riforma delle pensioni
      La maggioranza vota compatta la fiducia alla delega. Forti critiche
      dall’opposizione. L’esecutivo punta ad ottenere il via libera definitivo
      entro luglio quando la Ue tornerà a discutere il richiamo sul deficit



      Alessandro Barbera
      ROMA
      Dopo quasi un anno e mezzo la riforma delle pensioni sembra ad un passo dalla sua approvazione definitiva. Ieri il Senato con voto di fiducia ha dato il via libera al maxi-emendamento che ritocca il testo messo a punto dal governo nelle ultime settimane e ora all’esame della Camera per il via libera definitivo. Dopo una trattativa in extremis su alcuni dettagli, la proposta è passata con 158 voti favorevoli e 88 contrari. La scelta del voto di fiducia da parte del governo è arrivata mercoledì sera a sorpresa, anche se da giorni era chiara la consapevolezza che i mercati internazionali (e la Commissione Europea) cominciassero a giudicare con impazienza una riforma annunciata ormai da troppo tempo. Il motivo è presto detto: la delega riequilibra la sostenibilità del sistema e, a regime (nel 2012), dovrebbe garantire risparmi pari allo 0,7% del Pil, 39 miliardi di euro di minori spese tra il 2008 e il 2013.
      Il governo pare deciso ad avere il via libera definitivo prestissimo: entro le elezioni europee o al più tardi per il prossimo vertice Ecofin atteso dei primi giorni di luglio, quando si discuterà di nuovo della previsione di sforamento per l’Italia dal 3% del rapporto deficit-Pil previsto dal Trattato di Maastricht. Il ministro dell’Economia – il quale ha chiesto alla maggioranza la brusca accelerata – vuole presentarsi all’appuntamento della revisione dell’early warning della Commissione Europea con la riforma in tasca. A preoccupare il numero uno di Via XX settembre non è tanto l’eventuale procedura di infrazione da parte di Bruxelles, bensì le conseguenze che un suo atteggiamento di ostilità avrebbe sull’atteggiamento delle agenzie di rating. Nel caso in cui esse (e in particolare la temutissima Standard&Poor’s) decidesse di abbassare il giudizio sul debito pubblico italiano, lo Stato si troverebbe a pagare un servizio del debito più alto, con conseguenze nefaste sull’andamento dei conti pubblici.
      Sarebbe proprio il tema della credibilità internazionale il motivo per il quale – ha ribadito ieri il vicepremier Fini – il governo ha deciso di porre la fiducia: «l’accelerazione» serve anche «a far comprendere in sede comunitaria ed alle istituzioni comunitarie che facciamo sul serio». Benché manchi ancora la decisione sul preavviso di early warning, «i conti dello stato devono essere attentamente monitorati». Fini però sostiene che «la preoccupazione del governo non è quella di tranquillizzare le agenzie di rating». Il leader di An – e con lui il collega di partito Gianni Alemanno – polemizza infine con la dura reazione dei sindacati al voto di fiducia sulle pensioni: «la delega per il riordino del sistema è stata presentata dal governo credo due anni fa. Il sindacato ha contribuito a correzioni dell’impianto inizialmente predisposto dal governo». Alle critiche, e in particolare a quelle del numero uno della Cgil Guglielmo Epifani, ha risposto anche il ministro del Welfare Maroni: «Epifani non era segretario della Cgil allora, ma quando Amato mise la fiducia sulla riforma delle pensioni alla Camera e al Senato non mi pare che ci fu una grande mobilitazione». Oggi è un «momento importante» perché si fa un passo rilevante sulla via di una riforma «per i giovani».
      Non è d’accordo con Maroni il diessino Luciano Violante: «Il sistema approvato penalizza i giovani». Per il responsabile economico della Margherita Enrico Letta «la decisione di porre la fiducia è stato un segno di grandissima debolezza da parte della maggioranza». L’ex ministro dell’Industria è convinto che per questo il provvedimento «alla fine non passerà». Durissimo il leader di Rifondazione Comunista Fausto Bertinotti che chiede una «mobilitazione generale» contro la riforma: il comportamento del governo «è insultante: l’Italia è l’unico Paese europeo che negli ultimi sei anni non ha avuto aumenti dei salari e delle pensioni».
      L’impianto della riforma è sostanzialmente quello di cui si parla da tempo. Anzitutto gli incentivi del 33% in busta paga per chi, pur avendo i requisiti per andare in pensione, decida di restare al lavoro per almeno due anni rispetto all’età pensionabile. Il primo gennaio 2008 scatterà invece la stretta sull’età pensionabile: si passerà da un minimo di 57 anni e 35 di contributi di oggi a 60 anni, che saranno 61 per gli autonomi e, a partire dal 2010, per tutti. Uno degli aspetti fondamentali della riforma resta comunque l’introduzione del silenzio-assenso per la destinazione del trattamento di fine rapporto alla previdenza complementare. Dal momento dell’entrata in vigore della riforma i lavoratori avranno 6 mesi per decidere della destinazione del proprio Tfr: in caso di silenzio, esso andrà direttamente nei fondi pensione. Se questi ultimi finalmente decolleranno, potranno dare un importante contributo finanziario alla crescita dell’economia.