Al lavoro fino a 60 anni? Sono le aziende a non volerlo

03/09/2003

      mercoledì 3 settembre 2003

      Nella metà dei casi di pensioni di anzianità il dipendente è costretto a lasciare il posto per fare spazio a giovani precari che costano meno.
      Gli incentivi fuori busta e le azioni di mobbing
      Al lavoro fino a 60 anni? Sono le aziende a non volerlo

      Raul Wittenberg

      ROMA Per una buona parte della popolazione che si trova negli ultimi anni della sua età di lavoro, tra i 50 e i 60, il pensionamento anticipato rispetto ai canonici 65 anni è più un
      incubo che una opportunità. Paradossalmente proprio questo governo di Centro Destra,
      impegnato a innalzare l’età di pensionamento dagli attuali 59,6 anni a sopra la media europea di 59,9 anni, ha dovuto constatare che la metà delle pensioni di anzianità, quelle che abbassano la media, sono subìte dal lavoratore costretto a lasciare il posto. In questo 50% si suddividono equamente i lavoratori in Cassa Integrazione, quelli in mobilità e quelli che hanno appena finito di versare i contributi volontari.
      Su quest’ultima categoria conviene soffermarsi un momento, per dire che nella quasi generalità dei casi si tratta di contributi versati dall’azienda. E’ difficile che un lavoratore, prima di aver raggiunto i requisiti per la pensione, lasci di sua volontà un posto sia pure per un altro in nero e paghi da solo contributi a colpi di 6 mila euro l’anno. Normalmente
      accade che il direttore del personale dell’azienda convochi il giorno del suo compleanno
      l’ignaro lavoratore e gli dica: caro Rossi, tanti auguri per i tuoi 52 anni. A proposito, dobbiamo spostarti in magazzino perché al posto tuo viene un giovane collaboratore che ci costa la metà. Però facciamo una proposta: ti mancano cinque anni alla pensione, ecco venticinquemila euro, sono per te, e in aggiunta ti paghiamo pure i contributi volontari all’Inps che ti mancano. Pensaci, vedrai che ti conviene andartene, fra cinque anni ti metti a riposo mentre noi siamo qui a sgobbare. E poi sei bravo, nel frattempo sai quanti lavori in nero trovi, lo dice pure il presidente del Consiglio.
      Tutti sanno che questi casi sono molto più frequenti di quanto non appaia dalle statistiche. Da manuale è la ristrutturazione delle Ferrovie dello Stato nei primi anni Novanta, quando gli organici (per la verità gonfiati) sono stati dimezzati mandando in pensione anticipata 100.000 ferrovieri dai 45 anni in su. La cassa pensionistica delle Fs è andata in deficit strutturale per svariati milioni di euro, che lo stato oggi versa all’Inps.
      E le statistiche non registrano quelli che sono indotti ad andarsene con le buone o con
      le cattive, quando hanno i fatidici 57 anni di età e 35 di contributi. Con le buone, offrendo cospicui fuori busta. Con le cattive, cambiando mansioni, emarginando, additando al disprezzo dei colleghi lo stacanovista che si ostina a lavorare fino a tarda età. Gli esperti valutano che se si considera anche il licenziamento sommerso, le pensioni di anzianità legate all’esigenza dell’azienda invece che del lavoratore rappresentano non la metà, ma i due terzi dei pensionamenti anticipati. E su circa 600.000 persone che tra pubblici e privati ogni anno si collocano a riposo, quasi la metà lo fa prima dell’età pensionabile di vecchiaia (65 anni gli uomini, 60 le donne).
      Generalmente in Italia non si può andare in pensione prima dei 57 anni, fermi restando
      i 35 anni di versamento, contro i 60 anni che sono ammessi nella maggior parte dei paesi
      Ue per l’anticipo del ritiro. Tuttavia, a parte i regimi speciali come il personale di volo e i
      militari, può andare via prima chi ha cominciato presto a lavorare. Per farlo, c’è il canale
      del solo requisito contributivo, crescente fino a 40 anni nel 2008. Quest’anno si chiedono 37 anni di versamenti, l’anno prossimo 38. Ebbene, chi è entrato regolarmente nel mondo del lavoro a 17 anni, oggi potrebbe pensionarsi 54enne. Inoltre, per i lavoratori precoci e quelli descritti in un decreto legislativo come operai, valgono i primi requisiti della riforma Dini: con 35 anni di contributi, l’età richiesta è oggi di 55 anni, cresce a 56 l’anno prossimo ed arriva a 57 nel 2006. Si tratta di persone che sono entrati nei cantieri o nei campi con i calzoni corti, anche a 14 anni, l’età sotto la quale l’Inps non accetta contributi. Con il solo canale contributivo dei 37 anni di versamenti, sarebbe ammesso alla pensione anche un 51enne.
      Il punto è che se uno a cominciato a lavorare presto, non ha potuto studiare. Quindi si
      tratta di persone che operano nella fascia bassa dell’organizzazione del lavoro, impiegate in mansioni prevalentemente manuali, le prime vittime del progresso tecnologico. La Ue ci chiede di spendere somme ingenti per la loro formazione professionale, ma al governo i soldi servono per tagliare le tasse ai redditi più elevati.