Al Corriere si cambia, ma sembra la Rai

28/05/2003

              28 Maggio 2003

              ANOMALIE. UNA FUGA DI NOTIZIE INTERROMPE LA TRATTATIVA TRA PROPRIETÀ E POTERE

              Al Corriere si cambia, ma sembra la Rai l’assalto della politica al deserto dei tartari

              Inviso a Berlusconi, de Bortoli alla resa dei conti. Ma al Cdr dice: «Io non mi sono dimesso»

                Milano. «Ma questo è il Corriere, non la Rai».
                I vecchi di via Solferino gonfiano il petto e prendono cappello. Un editore che tratta con palazzo Chigi sul nuovo direttore, una lettera riservata che viene svelata da Dagospia (per bruciarla, per accelerare i tempi?), una girandola di nomi degna dei bei tempi delle partecipazioni statali. «O quelli della P2 – ricorda chi c’era – Quando Craxi aveva creato la sua cordata per conquistare il Corriere, con il giovane e rampante Berlusconi, con Ligresti, i soliti noti.
                E Sandro Pertini, presidente della Repubblica, chiamò Gianni Agnelli e gli disse: Avvocato, ci pensi lei. Anche Ciampi è venuto qui, proprio in via Solferino, e ci ha detto che il Corrierone non si tocca, è una istituzione vegliata dalle più alte istituzioni della Repubblica. Adesso viene il sospetto che si tratti di una veglia funebre». E’ il momento dello sfogo senza freni. E’ il momento in cui il lutto deve essere ancora elaborato. Ci vorrà tempo.
                Ma di lutto si tratta.

                Il contratto di Ferruccio de Bortoli scade a fine mese, ma di per sé è un appuntamento burocratico risolto con una tacita proroga. Negli ultimi tempi, invece, le pressioni sono diventate insopportabili anche per un uomo che sa dove si trova, un professionista puro il quale, avendo trascorso tutta la sua carriera in via Solferino, ne conosce i miti (si è circondato delle foto di tutti i grandi che sono passati per quelle stanze) e i riti (come le infinite attese da fortezza Bastiani descritte da Dino Buzzati nel Deserto dei Tartari). In vista della scadenza elettorale, si sono accavallate telefonate su telefonate: all’editore, alla proprietà, frammento per frammento. Umberto Agnelli, le banche, a cominciare da Mediobanca che, dopo l’uscita di Vincenzo Maranghi, non è più il primo motore immobile della Rcs. E sempre lo stesso refrain da parte del Cavaliere: «Perché il Corriere che è sempre stato governativo (come la Fiat del resto), adesso sta all’opposizione?». De Bortoli chiamato di fronte a Romiti «direttore del Manifesto». E prima ancora la querela di Cesare Previti. E terra bruciata da parte dei ministri, anche da vecchi amici, come Giulio Tremonti.

                La stessa proprietà si è fatta distante. Poche settimane fa si è arrivati a uno scontro aperto con Maurizio Romiti sul finanziamento del piano editoriale. Dissensi naturali, ma in questo clima anche le schermaglie possono diventare conflitti non componibili. Ferruccio de Bortoli è uno dei direttori più longevi, nei sei anni in plancia di comando ha difeso il primato del Corriere su Repubblica e ha tenuto il giornale su una linea liberal-democratica, tenendo fede all’editoriale scritto il giorno del suo insediamento. Ma nel frattempo, l’Italia ha attraversato un terremoto politico con la vittoria di Berlusconi, e uno economico. Non c’è più l’Avvocato che si riservava l’ultima parola sul direttore, non c’è più Enrico Cuccia a vegliare che nessun azionista prevalga sull’altro. Mentre Cesare Romiti si avvicina agli 80 anni senza aver realizzato il suo sogno di fondare una nuova grande famiglia del capitalismo italiano. Certo, il salvatore della Fiat non vuole passare alla storia come l’affossatore del Corriere e per questo ha cercato di giocare d’anticipo gestendo egli stesso il passaggio, ritenuto ormai inevitabile. Ma stavolta l’operazione gli è sfuggita di mano.

                Qualcuno ha soffiato a Dagospia la notizia, compreso il nome del successore: Stefano Folli. Si è parlato di una trattativa sui nomi. Palazzo Chigi ha messo in pista Carlo Rossella, Romiti ha contrapposto Ernesto Auci e, come second best, Pietro Calabrese, il suo pupillo che ha rilanciato la Gazzetta dello Sport. Alla fine, si è convenuto che Folli sarebbe stata una soluzione interna, di alto profilo professionale, gradita anche alle massime cariche dello Stato, dal Quirinale ai presidenti del Senato e della Camera fino a Gianni Letta. Un uomo di garanzia. Ma «il metodo Rai» ha fatto infuriare le banche. «Dimissioni di de Bortoli? Spero che non avvengano mai», ha dichiarato seccamente Corrado Passera, consigliere di amministrazione per Banca Intesa. Guido Roberto Vitale, presidente di Rcs media (nata dalla fusione tra Hdp e Rcs), non commenta. Giovanni Bazoli, presidente di Intesa e consigliere per la sua finanziaria Mittel, tace e vigila, come già era avvenuto nei primi anni ’80, ai tempi del crac Rizzoli. Tace, ma non acconsente, Alessandro Profumo di Unicredit. Certo, la proprietà è debole e frastagliata, ma le grandi banche milanesi restano deus ex machina del capitalismo italiano. La nuova leva di banchieri non si muove più con passi felpati come dimostra la battaglia per Mediobanca. Vuol resistere ai diktat della politica. Chi fa quadrato su de Bortoli e chi cerca un nome che appaia come una mediazione. Ieri sera è saltato fuori Guido Gentili, direttore del Sole-24 ore. Ma il direttore del Corriere ha fatto sapere al comitato di redazione che lui ancora non si è dimesso e quando potrà parlare lo farà. La partita resta aperta fino a domani quando si riunisce il patto di sindacato che governa il gruppo Rcs.