Al Colosseo 100 mila torce accese per invocare la pace

21/03/2003

             
            VENERDÌ, 21 MARZO 2003
             
            Pagina 17 – Interni
             
            IL RACCONTO
             
            Mischiati tra la gente sindacalisti, politici, movimenti, studenti: tutti in marcia per "un giorno triste"
             
            Al Colosseo 100 mila torce accese per invocare la pace
             
            Folla per le vie di Roma: "Bush, ti devi fermare"
             
             
             
            D´Alema in corteo, un ragazzo gli rinfaccia "le bombe nel Kosovo" un altro gli chiede l´autografo. Lui dice: "Questa è democrazia"
             
            ALESSANDRA LONGO

            ROMA – In una serata tiepida di «un giorno triste», come lo definisce Savino Pezzotta , il primo giorno di questa guerra che gli italiani non vogliono e non capiscono, un fiume di torce accese unisce il Campidoglio al Colosseo, illumina e abbraccia via dei Fori Imperiali. Dicono: sono più di centomila, guardateli. Un colpo d´occhio grandioso: Chissà se Berlusconi, consigliato solo dopo il tramonto di correggere l´anatema contro le piazze, li vede perlomeno alla televisione questi connazionali che dissentono, che stanno col papa e non con Bush. Sono pericolose comuniste quelle tre suore che camminano reggendo le candele della pace, fianco a fianco ai ragazzi avvolti dalle bandiere arcobaleno? Difficile liquidare con le etichette della piccola battaglia politica quel che è successo ieri a Roma e nel resto d´Italia. Sin dal primo mattino, la città reagisce con un passa parola irrituale, confuso, dettato dall´emozione. Cittadini che sostano e protestano davanti a palazzo Chigi, ragazzi che escono dalle scuole, scendono in strada, fermano il traffico caotico, si mandano messaggi al cellulare, si danno appuntamento tra di loro, non occorrono i partiti. Autoconvocazione a Piazza Barberini, a pochi passi dall´ambasciata Usa, che diventerà nel pomeriggio, quando sfilerà il corteo dell´Arci, dei Disobbedienti, dei Cobas, di Rete Lilliput, meta irraggiungibile. Via Veneto blindata, centinaia di agenti in tenuta antisommossa. Una cancellata di metallo attaccata ad un blindato della polizia blocca ogni accesso all´edificio americano. I manifestanti si arrampicano, tentano di appendere all´inferriata le bandiere della pace. E´ il teatro più critico, più delicato. Quelli di «Fermiamo la guerra» si portano dietro un camion pieno di balle di fieno bagnate. Vogliono costruire un muro, mandano, amplificati, i rumori lividi della guerra, il suono delle sirene, il sibilo dei missili, buttano in aria fuochi d´artificio. Che gli americani sentano. Quel muro di paglia davanti all´ambasciata rappresenta l´isolamento dell´America di Bush dalle altre nazioni.
            Piazza Venezia è il cuore che pulsa. Lassù, vicino al balcone del Duce, sventola l´arcobaleno della pace. Si ritrovano tutti lì: no global, sindacati, cittadini romani in attesa della fiaccolata serale promossa dal sindaco Veltroni. Tre cortei che si mescolano, si confondono. Pietro Ingrao e i no global che andranno a via Veneto, le suore e i Disobbedienti, i bambini in carrozzina e i lavoratori iscritti a Cgil, Cisl e Uil. In una cornice così, senza steccati e servizi d´ordine rigidi, con bandiere fatte in casa, o vendute a cinque euro sui banchetti, può succedere che Massimo D´Alema si faccia largo in mezzo alla folla, quasi fosse uno dei tanti, accompagnato dall´autista e da un uomo della scorta. Un ragazzo gli contesta «le bombe nel Kossovo», altri chiedono l´autografo. Un gruppo di giovani gli regala una maglietta con impressa la colomba della pace che libera il proprio intestino sulla testa di Berlusconi. Lui non commenta lo stile, ringrazia e si ferma sotto il palco dei sindacati. Manifestazione unitaria. Un altro piccolo miracolo di giornata. Savino Pezzotta parla anche a nome di Guglielmo Epifani che gli sta accanto sorridente. Sulla guerra la pensano all´unisono, bisogna fermarla, continuare la pressione. «Ingiustificata, illegale», dice D´Alema che guarda la piazza e dice: «Questa è la democrazia. Questo è ciò che si può e si deve fare perché corrisponde al bisogno di tantissime persone». No, non sono tutti elettori dell´Ulivo quelli che temono le bombe su Baghdad. Nella società italiana, il malessere è profondo e trasversale. «Pace e guerra sono temi delicati, che possono costituire basi di erosione del consenso», dice D´Alema che trova Berlusconi molto meno spiazzato, dal punto di vista della comunicazione , di quel che si pensi: «Non sa governare, alla Camera ha fatto un discorso politicamente disastroso. Però è riuscito a far passare l´idea che "noi non siamo un Paese belligerante". Una parte dell´elettorato può sentirsi rassicurato…». Non certo quei cittadini che marciano nella sera con le torce accese. No, loro non sono rassicurati dal premier. Preferiscono ascoltare il vecchio presidente Oscar Luigi Scalfaro che sfila a fianco di Veltroni e Rutelli. Preferiscono applaudire Rita Levi Montalcini che esce, vestita di nero, dal Campidoglio, e saluta i manifestanti con quelle mani affusolate, bianche, e il sorriso dolce di chi invecchia da protagonista.
            Ci sono i politici, ma non in testa al corteo, ai cortei. Li intravedi qua e là, dove capita. Ecco Castagnetti e Franceschini, Melandri e Angius, Brutti e Rizzo, Mussi e Cossutta, Bertinotti e Burlando. E´ la gente che detta il clima e il ritmo, che si accalca eccitata quando arriva il furgoncino del Comune carico di torce da distribuire. C´è confusione mista ad ansia, energia in movimento. Qualche striscione irriverente, non ortodosso («Berlusconi vacce te in prima linea»). I ragazzi inseguono ad alta voce l´idea del boicottaggio «di prodotti e simboli americani e inglesi». Sciopero dei consumi «per provare a vivere come stanno facendo gli iracheni». E´ il radicalismo dei vent´anni, mescolato però alla scelta di difendere la pace. Franco Russo, uno dei leader delle agitazioni studentesche di 35 anni fa, dice che il movimento pacifista «è molto meglio del ’68», sottolinea «un raccordo profondo tra il mondo della sinistra e il mondo cattolico, un rimescolamento delle culture di provenienza che supera di un balzo le barriere generazionali». Centomila torce accese brillano a Roma, come a Berlino e Parigi. « E´ l´Italia che si ribella all´avventura della guerra – dice il segretario della Cgil Epifani – Il presidente Berlusconi dovrebbe rallegrarsi delle piazze piene d´Italia. Dovrebbe rallegrarsi che nel nostro Paese prevalga una logica di pace». Dovrebbe.