Aiuto, mi si è ingiallito il sindacato

17/10/2005
      13 ottobre 2005 Anno XLIII N.41
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    SOTTO ACCUSA – IL RACKET DELLE LOTTE OPERAIE

      Aiuto, mi si è ingiallito il sindacato

      Tangenti pretese per «aggiustare» le vertenze nelle fabbriche: è il sospetto dei magistrati che indagano sulla Cgil di Asti. E che hanno calcolato quanto costava fermare uno sciopero

        di Antonio Rossitto

          Per interrompere lo sciopero a oltranza ci volevano 40 mila euro, in contanti, da imbucare nella cassetta postale di una villa. La richiesta, sostengono i magistrati, avvenne a maggio dell’anno scorso, ma la trattativa saltò. Secondo la procura di Asti è solo l’ultimo episodio di una serie di vertenze «aggiustate» in cambio di denaro. Per questo, la scorsa settimana, sono stati arrestati Fausto Cavallo, ex segretario provinciale della Cgil, e Antonio Serritella, segretario della Camera del lavoro della città. Entrambi esponenti dell’ala dura della confederazione e iscritti al Partito dei comunisti italiani, sono stati sospesi per il momento dalla Cgil regionale.

            L’accusa è di estorsione. Per i magistrati, erano parte di un gruppuscolo di sindacalisti che faceva e disfaceva in cambio di soldi.
            Cassa integrazione, scioperi, licenziamenti: il procuratore Sebastiano Sorbello sospetta che le vertenze più importanti degli ultimi dieci anni siano state vendute da alcuni membri della parte più oltranzista della Cgil.

            «Racket» sostengono i pm. Cavallo in particolare era, ipotizza l’accusa, quello che tirava le fila: avrebbe ricevuto quattro tangenti tra il 1995 e il 2003.
            In totale farebbero 260 mila euro. Per concorso in estorsione sono indagati altri due pezzi da novanta del sindacato astigiano: Claudio Caron, sottosegretario al Lavoro dei Comunisti italiani nel 1998 e adesso presidente dell’Azienda servizi pubblici; Adriano Rissone, dirigente provinciale della Fiom. Coinvolti in un solo episodio, come Serritella, non avrebbero ricevuto denaro. Oltre ai quattro sindacalisti gli indagati sono una trentina: fra loro ci sono sedicenti manager, affaristi, finanzieri spagnoli, incriminati per ogni tipo di reato fiscale, fallimentare e societario possibile e immaginabile.

              La Trust, che produce fanali per le auto, è l’ultima azienda coinvolta in quello che la procura definisce il «racket dei sindacati». Il proprietario della società, Egidio Di Sora, ha raccontato nei mesi scorsi ai pm cosa accadde nei primi mesi del 2003. Il clima alla Trust era tesissimo. I dirigenti volevano ridurre il personale e affidare a ditte esterne alcune attività. La Fiom non lasciava margini di trattativa. Fino a quando qualcuno non suggerì ai manager di rivolgersi a Cavallo.

                Di Sora ha detto di aver incontrato l’ex segretario della Cgil, accompagnato da Serritella, diverse volte. Cavallo, ha riferito agli inquirenti Pietro Villata, altro manager della società, gli disse: «Per cose di questo genere ci vogliono 40-45 mila euro». Il pagamento, ha chiarito l’uomo ai magistrati, avvenne in contanti: «Cavallo prese i soldi e non aggiunse altro. Da quel momento le relazioni sindacali divennero molto più facili: il clima cambiò radicalmente».

                  Grazie alle testimonianze degli imprenditori coinvolti, l’accusa è riuscita a ricostruire anche il seguito: l’azienda riuscì a mettere in mobilità 50 dipendenti, altri 30 li mandò in cassa integrazione e diede il via libera agli appalti esterni. Fine della vertenza. Così, secondo i pm, andavano le cose. Lo schema, ipotizza la procura, era sempre lo stesso: alzare il livello dello scontro in fabbrica, fino a quando qualcuno non suggeriva di «contattare quel sindacalista». Una situazione che per i magistrati andava avanti almeno da una decina d’anni.

                    Gennaio 1995: la Nuova Ibi-Mei, 245 dipendenti, azienda che produce motori per elettrodomestici, è nei guai. I manager (adesso indagati per associazione a delinquere e bancarotta) elaborano allora una strategia che prevede il trasferimento della produzione a una nuova società: la Fme (Fabbrica motori elettrici). Agli investigatori i dirigenti hanno raccontato per filo e per segno quale era il loro disegno: tutti i dipendenti dovevano essere licenziati dalla vecchia azienda e riassunti in quella nuova. Un giochetto che avrebbe fatto perdere ai lavoratori gli scatti d’anzianità e permesso alla società di risparmiare il 30 per cento. Un piano che non poteva andare in porto senza l’aiuto della Cgil locale, sostiene l’accusa.

                      E i magistrati pensano che questo aiuto ci sia stato. Un ex manager della Ibi-Mei, José Maria Martinez Trancho, ha detto agli inquirenti che i pagamenti a Cavallo, circa 180 milioni di lire, furono fatti «attraverso fatture palesemente false emesse dalla società svizzera Preston».
                      Secondo la procura, lo spalleggiarono Rissone, segretario provinciale Fiom, e Caron «nella veste di personaggio di riferimento sindacale e politico», si legge nella richiesta di rinvio a giudizio, già accolta dal giudice Federico Manotti.

                      La «scatola vuota», la Fme, ritorna per un altro episodio: altri 60 milioni di lire che i pm ritengono siano stati consegnati a Cavallo tra la fine del 1999 e il 2000. Uno di quelli che vuota il sacco davanti ai magistrati è Gaetano Tuccillo, ex dirigente della Fme, indagato per associazione a delinquere e concorso in estorsione. Ha raccontato di essere stato lui ad accompagnare l’amministratore delegato della società, Ramon Garcia, a un incontro chiarificatore. «Un dirigente dell’Unione industriali ci disse che c’era un solo modo per arrivare all’accordo, dare tangenti a Cavallo». La procura quindi è sicura che tutti sapessero: industriali, associazioni produttive, politici, sindacalisti delle altre sigle.

                        Tuccillo ha spiegato di avere contattato Cavallo e poi di essere andato per tre volte a casa sua: «Non sono mai entrato, ma sono stato accolto davanti al cancello da una signora, che pensai fosse la moglie di Cavallo». Cioè Claudia Corradi, anche lei indagata. «Ramon mi confidava che Cavallo chiedeva di più, ma che alla fine si accontentava di ciò che gli davamo» ha riferito Tuccillo. «Queste dazioni» ha proseguito davanti agli investigatori «sono avvenute in correlazione con l’avanzamento delle pratiche di cassa integrazione straordinaria e di mobilità».

                          Così , sospettano i pm, sono subito cessati gli scioperi alla Newcompel, società tessile che faceva parte del gruppo Gft, dopo il pagamento di una tangente.
                          È il 1997: nell’azienda si discute di licenziamenti e cassa integrazione. Il manager Silvano Sordi, indagato per associazione a delinquere e bancarotta, durante gli interrogatori ha confessato di aver consegnato a Cavallo, tra giugno ’97 e settembre ’98, circa 200 milioni di lire «al fine di ottenere, da parte dei sindacati, la garanzia del consenso dei lavoratori».

                            Estorsione: un’incriminazione pesante. Ma Pierpaolo Berardi, avvocato di Cavallo, è convinto che la procura non abbia in mano nulla: «Siamo molto sereni. Il capo d’imputazione è sbagliato e non c’è uno straccio di prova.
                            L’inchiesta è inconsistente: sono solo voci senza riscontri. Per questo, quando il castello crollerà, presenteremo querela contro tutti quelli che hanno calunniato il mio assistito e la Cgil». Intanto, però, la Cgil del Piemonte si è costituita parte civile nell’udienza preliminare del processo Fme, quello in cui Cavallo è accusato di aver intascato 180 milioni di lire.