«Aiuti alle famiglie contro il lavoro minorile»

10/06/2002


10 giugno 2002



«Aiuti alle famiglie contro il lavoro minorile»

Il ministro Prestigiacomo: i bambini devono studiare, ma anche la scuola deve cambiare con più formazione professionale

      DAL NOSTRO INVIATO
      SIRACUSA – «A quell’età si deve andare a scuola. Non in fabbrica o in bottega. E lo Stato ha un solo modo per evitare che ci sia un esercito di bambini impegnati in lavori umili, invece di studiare e giocare: intervenire sul bisogno delle famiglie, senza criminalizzarle, aiutandole. A patto che i genitori lascino i figli fra i banchi». È questo il commento e l’impegno del ministro per le Pari opportunità Stefania Prestigiacomo davanti ai dati Istat anticipati ieri dal
      Corriere della Sera sul fenomeno dei 30 mila minori che, da Bolzano ad Agrigento, lavorano in età compresa fra i 7 e i 14 anni.
      Un fenomeno non sempre legato allo sfruttamento. Ma, prima di approfondire ogni altra motivazione del fenomeno, il ministro, che su questo campo invoca «una unità assoluta» per provvedimenti
      bi-partisan , ricorda il prossimo passo legislativo: «Il datore di lavoro che sfrutta un bambino va punito pesantemente. Con una pena da 8 a 20 anni di reclusione se si tratta di "servitù", come abbiamo chiamato la moderna schiavitù in un apposito articolo che stiamo cercando di introdurre nel codice penale, anche per essere inflessibili per minori segregati o spinti ad accattonaggio e prostituzione».
      Non sono i 300 mila temuti dalla Cgil con un allarme dell’anno scorso in parte ridimensionato, ma una quantità di bimbi e ragazzini lanciati dietro un bancone, vestiti da garzoni o camerieri è sempre un pugno allo stomaco per un Paese civile che sui diritti dell’infanzia fa echeggiare spesso proclami solenni.
      L’indagine conferma così una piaga antica, legata alla disperazione di tante aree meridionali con sacche di povertà in cui i bambini vengono spinti dai genitori a produrre una paghetta settimanale. Ma non c’è solo chi si arrangia per necessità. La sorpresa della ricerca sta nei dati relativi al Nord-Est dove i minori al lavoro sarebbero in numero superiore rispetto al Sud. E questo perché, dopo la licenza media e a volte ancora prima, tanti bambini lasciano gli studi optando per il mondo del lavoro. Non per bisogno, bensì per sfiducia nella capacità della scuola a insegnare un mestiere. Di qui l’analisi del ministro Prestigiacomo che richiama l’indagine sul lavoro sommerso svolta nella passata legislatura «in piena sintonia» con Antonio Bassolino, quando era ministro del Lavoro: «Per un ragazzino di 15 anni il lavoro può essere un’esperienza di quindici giorni in estate, non la condizione abituale e definitiva». Per impedirlo bisogna però adottare strumenti diversi a seconda delle realtà, come insiste il ministro: «Al Sud c’è più bisogno di lavoro per i genitori. Al Nord dobbiamo riuscire a garantire una scuola che recuperi credibilità, come si propone la riforma Moratti. Non basta una base di cultura generale. Occorre formazione professionale». Di qui una formula con cui il ministro sintetizza il da farsi: «Più lavoro al Sud e più "cultura del lavoro" al Nord. Aggredire la disoccupazione nelle aree meridionali e contrastare nel Nord-Est la dispersione scolastica. Per fare capire ai ragazzi che non lasciando libri e laboratori potranno lavorare meglio dopo qualche anno».
      I progetti si scontrano con una realtà allarmante, ma la Prestigiacomo invita «a non confondere il fenomeno con quanto accade nel lavoro sommerso» continuando sulla strada tracciata da Bassolino e ripresa dal sottosegretario al lavoro Grazia Sestini: «vincolare gli aiuti alle famiglie povere a una sorta di patto in cambio della frequenza dei bimbi a scuola».
Felice Cavallaro


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