Ai precari niente «articolo 18»

17/10/2002

            17 ottobre 2002

            IL PRINCIPIO
            Pubblichiamo una sintesi del principio enunciato dalla
            Corte di cassazione.
            L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è tagliato su
            misura per una precisa fattispecie, disciplinata dal Legislatore
            in relazione al recesso del datore di lavoro. La possibilità
            di applicare la norma, quindi, presuppone che il datore
            eserciti la relativa facoltà con una manifestazione unilaterale
            della volontà di determinare l’estinzione del rapporto. Tale
            situazione, però, non si verifica nell’ipotesi dei contratti a
            tempo determinato. La manifestazione negoziale, infatti,
            manca nel caso di disdetta con la quale il datore, allo scopo
            di evitare la rinnovazione tacita del contratto, comunica la
            scadenza del termine, sia pure invalidamente apposto, al
            dipendente. In questo modo, lo svolgimento delle prestazioni
            cessa in ragione dell’esecuzione che le parti danno a una
            clausola nulla.

            Le Sezioni unite della Cassazione rivedono l’orientamento sulla tutela dei lavoratori a tempo determinato
            Ai precari niente «articolo 18»
            Le imprese non sono tenute all’obbligo di reintegro

            (NOSTRO SERVIZIO)
            ROMA. Lavoratori precari
            fuori dal reintegro obbligatorio:
            per loro non vale la tutela
            che lo Statuto dei lavoratori
            riconosce ai dipendenti a tempo
            indeterminato. I collezionisti,
            seppure involontari, di più
            contratti a termine presso la
            stessa azienda, non possono
            chiedere l’applicazione
            dell’articolo 18 della legge
            300 del 1970. Il che, dall’altra
            parte, vuol dire che i datori
            sono al riparo dalle sanzioni
            previste dalla norma quando
            il dipendente a tempo determinato
            vinca la causa e spunti l’assunzione.
            La sentenza della Cassazione
            n. 14381 (in corso di pubblicazione
            su «Guida Normativa») affievolisce
            le conseguenze, a carico del datore,
            di un’illegittima utilizzazione della
            prestazione a "singhiozzo",
            cioè l’abitudine a impiegare alcuni
            prestatori d’opera con una certa
            continuità, ma con contratti
            rigorosamente a scadenza prestabilita.
            Le Sezioni unite civili hanno,
            infatti, riabbracciato definitivamente
            un filone giurisprudenziale
            che aveva vacillato nel 1997, quando
            la sentenza 12665 sancì l’applicabilità
            dell’apparato sanzionatorio
            previsto dallo Statuto dei lavoratori
            «a tutti gli altri casi in cui l’interruzione
            del sinallagma contrattuale sia imputabile
            al datore». Quindi, anche nelle ipotesi
            di disdetta con la quale l’imprenditore,
            allo scopo di evitare il rinnovo
            tacito del contratto, comunica
            la scadenza del termine al dipendente.
            È come se i giudici avesse-
            ro voluto marcare di nuovo la
            diversità nell’interruzione del
            rapporto tra datore e dipendente,
            con le relative differenti conseguenze.
            Il licenziamento è un addio definitivo
            che esprime l’assoluta volontà
            dell’imprenditore di interrompere il
            rapporto, consentendo l’attuazione
            del meccanismo ripristinatorio-
            risarcitorio di cui all’articolo 18.
            La disdetta di un contratto a tempo
            determinato, invece, è una sorta di
            "arrivederci" che tradisce la
            reciproca intenzione di chiudere
            il contratto. Non essendoci
            la manifestazione unilaterale
            di volontà del datore, il dipendente
            non può reclamare il reintegro
            nel posto di lavoro.
            La Corte ha ribadito che
            l’articolo 18 è una norma speciale,
            valida solo per le ipotesi
            di licenziamento illegittimo e
            non rivolta a sanzionare, generalmente,
            ogni fatto estintivo
            del rapporto di lavoro imputabile
            al datore. Prova ne sia la
            peculiarità del relativo apparato
            sanzionatorio (reintegrazione,
            retribuzioni dal recesso
            all’effettivo reintegro, obbligo
            contributivo, indennità sostitutiva
            della reintegrazione).
            Forte delle proprie argomentazioni,
            il Supremo collegio
            ha rigettato il ricorso di un
            tecnico di neurofisiopatologia
            dell’Ospedale pediatrico Bambin
            Gesù di Roma, assunto
            per una sostituzione, il quale
            sosteneva di essere rimasto in
            servizio anche al ritorno della
            dipendente assente e che, comunque,
            la scadenza fosse stata
            apposta al contratto solo in
            un momento successivo.
            La vicenda non solo ha consentito
            l’enunciazione dell’importante
            principio in tema di
            licenziamento, ma ha offerto
            lo spunto per un’ulteriore precisazione
            in materia di lavoro
            dipendente. «Le norme e i
            principi di tutela operanti per
            i rapporti di lavoro subordinato
            di diritto privato — scrive
            la Corte —non trovano alcun
            limite alla loro applicazione»,
            con riferimento al quadro
            normativo descritto, «per
            i dipendenti degli enti ecclesiastici
            classificati ai sensi della legge 132/1968».

            BEATRICE DALIA