Ai cancelli è già referendum “Votiamo sì, ma a malincuore”

11/01/2011


E sale la tensione ai gazebo dei sindacati divisi
E aggiunge: «Venderà quella roba perché bisogna pur tirare avanti fino al momento del pasto. Che poi molti non faranno perché usciranno mezz´ora prima e andranno a casa». La roba di Michele non è un bel vedere: cornetti avvolti nel cellophane, anche Maria Antonietta avrebbe esitato. Ma questo passa il convento. Il market interno, ultimo grido del welfare Fiat, è sbarrato: «Il supermercato Gigante – dice il cartello – è stato chiuso». Per scarsità di clientela: la cassa integrazione taglia le auto prodotte e anche i clienti tra gli scaffali. Oggi Michele ha il monopolio del mercato dello spuntino.
Mirafiori 5,40, porta 2. Lo spazio davanti al cancello è un set televisivo. Tornano gli striscioni rossi di un tempo a fare da sfondo alle interviste, come i marchi della mortadella dietro i calciatori negli spogliatoi. Finalmente, dopo tante settimane di dibattito tra gli esperti, arrivano gli operai a dire la loro. Per chi voti venerdì? La luce dei quarzi da telecamera illumina volti assonnati che scendono dai pullman e si dirigono nella notte verso i tornelli. La risposta più diffusa è «Non te lo dico, ci devo pensare». Luisa, 47 anni, addetta alla Mito, invece parla chiaro: «Voterò no perché non voglio che mi riducano il tempo per le pause: dobbiamo chiedere per favore per poter andare in bagno?». Dal fronte opposto interviene Angelo, 34 anni, uno tra i meno anziani della linea: «Certo che voterò sì. Ma te lo posso dire? A malincuore. Voto sì perché non posso fare diversamente. Voto sì per difendere il mio lavoro. Tu fossi al mio posto non faresti lo stesso? Ho un figlio di 5 anni. Chi lo mantiene se qui non investono?».
Strano posto le Carrozzerie, strani ragionamenti. Dove chi vota «sì» sembra più arrabbiato di chi vota «no». Altro che pace sociale in fabbrica. In fondo Angelo e Luisa sono dei privilegiati: grazie alle buone vendite, la linea della Mito è quella che ha fatto meno cassa integrazione nel 2010. Voteranno in modo opposto ma nessuno dei due sembra entusiasta.
Nei capannelli dei sindacalisti c´è tensione. Ogni gruppo se ne sta chiuso, per conto suo, lontano dagli altri. Tutti hanno speso molto, tutti si giocano una fetta di futuro. Oggi i volantini sono su carta patinata, un lusso in tempi di crisi, un lusso necessario quando ci si gioca tutto in un voto. La Fiom distribuisce addirittura un opuscolo con il testo integrale dell´accordo. La logica è evidente: «Se lo conosci lo bocci». L´operaio Sergio Forelli si attacca al microfono del camper e spara a zero: «L´accordo ve lo diamo noi perché gli altri che lo hanno firmato non vogliono farvelo conoscere. Non hanno nemmeno organizzato le assemblee. Allora l´accordo ve lo raccontiamo noi della Fiom anche se non lo abbiamo firmato». «Bravo vota no, così chiudono la fabbrica», attacca una signora con la giacca a vento nera appena scesa dall´autobus. «Chiudono la fabbrica? Ma fammi il piacere. Qui facciamo le macchine da cento anni. Qui non chiudono un cazzo». Segue capannello e discussione animata. Dura tutto pochi minuti. Poi il gruppo si sposta verso i tornelli per timbrare il cartellino magnetico.
Nel gruppo dei sindacalisti della Cisl Claudio Chiarle ascolta lo speaker della Fiom e scuote la testa: «Che cosa credono di dire? Pensano che noi non sappiamo che questo accordo ha dei limiti? Lo so bene anche io. Ma dire no significa rinunciare all´investimento». Soldi e lavoro in cambio di diritti: questo lo sostiene chi è contrario… Il sindacalista non nega: «Sai che cosa ti dico? Che è meglio dire sì, far partire l´investimento e poi provare a cambiare tutti insieme le parti dell´accordo che non ci piacciono». Fingere di dire sì? «E´ la legge del pendolo. Quando il mercato tira puoi provare a chiedere qualcosa in più all´azienda. Ma quando c´è la crisi sono loro che hanno il coltello dalla parte del manico».
I più convinti sostenitori dell´accordo sono i delegati riuniti davanti al cancello carraio, gli operai del Fismic, il vecchio sindacato aziendale uscito a pezzi dagli anni ‘70 e oggi tornato sulla cresta dell´onda, l´interprete più adatto del modello americano di Marchionne: «Ma quale legge del pendolo. Qui c´è da prendere un buon accordo che porta soldi e lavoro. Non c´è nessun ricatto. Sono le condizioni del mercato mondiale a pretendere le nuove regole». Sullo sfondo l´altoparlante rimanda spezzoni di un improvvisato comizio di Paolo Ferrero: «Quello della Fiat – dice il leader di Rifondazione – è un ricatto mafioso per imporre a tutti voi le regole della ristrutturazione mondiale». Non sono questi i discorsi che teme il Fismic: «Quel che mi preoccupa – confida Roberto Di Maulo sotto il cappuccio della giacca a vento – è la scarsa convinzione di chi dice di votare sì. Dobbiamo finirla con questa storia che se vince il no Mirafiori chiude. Questo non è un buon argomento. Qui gli operai sono orgogliosi. E se si arrabbiassero davvero? Non è una buona strategia far pensare che voti sì perché hai le mani legate. Certo che prevedo una vittoria del sì. Ma di misura».