Agostinelli: il lavoro? Contano solo gli affari

21/06/2001

Corriere della Sera



Cronaca di Milano
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Agostinelli: il lavoro? Contano solo gli affari

Il leader della Cgil si trasferisce a Bruxelles: Albertini e Formigoni lavorano per i privati

      Arrivò in un’altra epoca: la Lega che governava Palazzo Marino, il Pds al Pirellone, Berlusconi che ancora doveva scendere in campo. Ha guidato il sindacato più forte d’Italia, la Cgil Lombardia, per sette anni: più di Pizzinato e di tutti i segretari dei «formidabili» anni ’70. Ora Mario Agostinelli se ne va ad aprire l’ufficio cigiellino di Bruxelles. E lo fa glissando sul braccio di ferro con Antonio Panzeri, sulle fughe da Roma. Premettendo: «Niente personalismi, per favore».
      Un fatto è certo: si chiude il caso Agostinelli, torna la pax di Cofferati.
      «C’è stato un confronto politico, sì, ma nessuna coniugazione personale. Trovo che questo vezzo, del singolo sindacalista chiamato ogni giorno a dare un parere su tutto, sia un rischio. Bisogna mettere in campo il tema del lavoro, che è davvero ai margini. Gli individui vengono dopo».

      Mai il lavoro è tanto cambiato, mai s’è parlato così poco dei suoi problemi.

      «Un cambiamento straordinario, una velocità e un’intensità che nessuna generazione ha subìto in precedenza. E ciò proprio in questi anni, quando l’attenzione è stata posta sugli aspetti più locali. La Lombardia oggi corre questo rischio di provincialismo: i suoi grandi personaggi, i suoi dirigenti si sono sempre interessati poco dell’Italia o del mondo. Ci sono otto ministri lombardi, ma in un momento in cui non esiste una politica per la Lombardia, è tutto personalizzato, s’è persa l’occasione di capire le trasformazioni».

      Ma scusi, non siamo la regione-motore?

      «Sì, ma è ormai scomparso tutto il padronato lombardo che conoscevamo, quello che ha costruito la ricchezza della regione e aveva almeno un’idea di sviluppo, che so, fosse anche quella del triangolo industriale. Ora invece c’è una leva di finanzieri in strettissimo rapporto con la politica, checché ne dicano loro. La Lombardia è diventata "romana", affine al potere. Perché ci sono le aree dismesse da collocare, le privatizzazioni. Mai nella storia lombarda un territorio così vasto, 9 milioni di metri quadri, mai tante proprietà pubbliche sono stete messe sul mercato. Non a caso, hanno fatto un sindaco imprenditore e, l’ultima assemblea di Assolombarda, dove si sono presentati addirittura da operatori culturali con tanto di bilancio sociale, l’hanno fatta concludere da Albertini. Un chiaro messaggio: gli affari sono il centro di tutto, noi siamo il riferimento egemone (nonostante qui ci sia l’11,7% d’evasori totali). Mica per nulla, i conflitti sindacali più grandi li abbiamo con le pubbliche amministrazioni di Albertini, di Formigoni».

      Formigoni però non esce dal mondo dell’impresa.
      «E’ complementare: il sindaco fa gli interessi diretti dell’impresa, lui trasferisce il pubblico al privato. Uno a monte, l’altro a valle».

      E la sinistra dov’è stata, nel frattempo?

      «Il sindacato ha tenuto. Da tre anni, i nostri iscritti tornano ad aumentare. Però s’è rincorso anche il modello della destra, cercando d’attenuarlo, senza avere il coraggio d’evidenziare le differenze. Di capire questa rivoluzione del lavoro. In Lombardia il 70% dei lavoratori è precario, interinale, con una quantità d’immigrati pari al numero degli artigiani, di dipendenti attivi pari al numero dei pensionati. L’attività lavorativa è esplosa nei turni, nel sabato e nella domenica, e c’è stata un’industrializzazione anche del tempo libero. Il taylorismo è entrato nelle ore di riposo, con le domeniche ben programmate al supermarket, dove trovi il gelato, gli hobby, gli amici… Una società "giapponese" che sostituisce la vecchia cultura solidale, conviviale».

      Solo sconfitte?

      «No. Ho vissuto la grande battaglia sulle pensioni. E il primo grande sciopero generale è stato indetto in Lombardia, 8 ore: un enorme effetto politico, che poi ha fatto cadere il governo Berlusconi con la manifestazione di Roma. Poi c’è stata la mobilitazione contro la secessione: il declino irreversibile della Lega, anche se Bossi ha paura ad ammetterlo, è cominciato nel ’97, assemblee di fabbrica dove ci scontravamo coi lavoratori affascinati dal verbo lumbard. Ha vinto un concetto: la solidarietà è nazionale, non chiusa, e quella dei ricchi non premia chi lavora».

      Con Formigoni, adesso lo scontro è su scuola e sanità.

      «Il buono scuola che combattiamo è il superamento d’un diritto all’istruzione. Chi fa una scelta privata, se la deve pagare. Ma più che altro, qui, c’è un’idea non laica della scuola che fa da criterio d’isolamento di alcune comunità culturali o religiose. Sulla sanità, la cosa è più netta: è lo stravolgimento totale d’un diritto. Portare la sanità sul mercato significa dare soldi pubblici a singoli individui, per rendere possibile un mercato altrimenti impossibile. La sanità non può essere scambiata col profitto, perché certe scelte non sono mai remunerative: se devi fare la ricostruzione d’una laringe, la fai nel pubblico, perché nessun privato vorrà mai perderci dei soldi, mentre preferisce fare dieci tagli cesarei».

      Come fate a convincere una regione che ha dato il 63% a Formigoni?

      «Tornando a parlare di lavoro. Spiegando che questa politica tutta sul privato penalizzerà i redditi. Se la Lombardia vuol essere meno provinciale, deve puntare sulla conoscenza, la formazione. Ma Formigoni ha scelto di non avere soldi per queste cose: il bilancio dedica la cifra più alta (83 miliardi) a "devoluzione, federalismo, sussidiarietà". Mette soldi, cioè, sulla propaganda d’un principio. E il resto? All’artigianato 44 miliardi, al commercio 12, alla net-economy solo 4 (quanti ne riceve la "comunicazione istituzionale", cioè lo staff di Formigoni!). La Lombardia ha avuto 192 morti sul lavoro, nel 2000, la quota più alta d’Italia, quattro volte più che in baviera. E sa quanto stanzia il Pirellone per la prevenzione? 65 miliardi, meno che per la
      devolution . C’è un’alluvione all’anno? 17 miliardi alle risorse idro-geologiche. Credo che la gente s’accorgerà presto, di pagare tasse non per farsi curare meglio, ma per ripianare il deficit e arricchire i privati». Basta ragionare sui conti?
      «No, noi abbiamo valori come la solidarietrà, di cui tutti si riempiono la bocca, che significa un’idea di pubblico, non di profitto, ed è l’opposto di quella degli industriali. Per loro, la solidarietà è rivolta solo agli sfigati».

      Ripeto: come fate a convincere i lombardi?

      «La Cgil deve fare un congresso vero. Dove non si conta solo chi ha la maggioranza e chi no, ma si ascoltano finalmente i lavoratori. Se si tratta il lavoratore da spettatore, il risultato è uno solo: che vota Berlusconi».


      Francesco Battistini

Cronaca di Milano

Il personaggio
      CHI E’
      Mario Agostinelli, segretario lombardo uscente della Cgil, ha guidato per sette anni e mezzo la più potente federazione regionale del sindacato (oltre 800mila iscritti). Riconfermato leader lo scorso ottobre, è stato costretto a lasciare con alcuni mesi d’anticipo sulla fine del mandato: si occuperà del nuovo «segretariato» per i rapporti con gli altri sindacati europei, a Bruxelles.
      I CONTRASTI
      Il cambio al vertice della Cgil è giunto dopo un lungo braccio di ferro con il segretario della Camera del lavoro, Antonio Panzeri, e soprattutto col leader nazionale Sergio Cofferati. Lo «strappo» di Agostinelli maturò in particolare durante la guerra del Kosovo, con la scelta lombarda per la linea non interventista. Qualche divergenza di vedute anche nella strategia da adottare contro le giunte Formigoni e Albertini. Possibile successore: Walter Cerfeda, della segreteria nazionale.