Affari&Finanza. “Opinioni” Fondi pensione che deluderanno il mercato – di Marcello Messori

25/01/2002





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lunedi 22 Gennaio 2002
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Fondi pensione che deluderanno il mercato


MARCELLO MESSORI


I principali problemi del sistema previdenziale italiano sono riducibili a tre: (1) gli inadeguati legami fra il pilastro della previdenza pubblica e quello della previdenza complementare, che causano – fra l’altro – le aliquote contributive più elevate fra i paesi dell’Unione europea; (2) l’insufficiente sviluppo dei Fondi pensione che, pur avendo ottenuto incoraggianti adesioni, hanno una consistenza patrimoniale ancora modesta; (3) la molteplicità di attori della previdenza complementare, che non ha trovato sistemazione in uno stabile ed efficace assetto normativo. Lo schema di legge delega sulla previdenza, che il governo ha sottoposto all’esame del Parlamento pochi giorni fa, ha il merito di affrontare tutti e tre questi problemi e prospetta soluzioni radicali. Esso non sembra però tenere conto di possibili effetti indesiderati, che rischiano di aggravare la situazione esistente.
La parte della delega, relativa al primo problema, denuncia aspetti contraddittori: la liberalizzazione dell’età pensionabile incentiva a differire l’uscita dal lavoro rispetto ai requisiti maturati, mentre l’ipotesi di completa cumulabilità tra pensioni di anzianità e redditi da lavoro offre incentivi di segno opposto. L’aspetto cruciale è, però, un altro: la scelta di ridurre da 3 a 5/6 punti le contribuzioni, versate dalle imprese per (una parte del) le nuove assunzioni con contratti a tempo indeterminato, ma di lasciare invariata la connessa prestazione pensionistica pubblica. Questa scelta rappresenta un intervento di politica economica, in quanto incide su quel principio di corrispettività finanziaria tra contributi versati e benefici ottenuti che caratterizza il sistema della previdenza pubblica (sistema a "ripartizione su base contributiva") dopo la riforma Dini (1995). Nella delega il minor gettito, dovuto all’abbassamento della contribuzione, trova un contrappeso nell’accelerazione del già previsto, ma graduale, aumento delle aliquote versate dai collaboratori coordinati e continuativi. Ciò sembra ridurre il problema a una diversa composizione dei ricavi previdenziali. Di fatto anche le stime più prudenziali mostrano che, se vi può essere addirittura un saldo positivo nel breve periodo (primo biennio), il bilancio diventa negativo (per svariati miliardi di euro) nel mediolungo periodo (dieci/quindici anni). Pertanto il ‘buco’ della decontribuzione andrà coperto dalla fiscalità generale; e una (pur legittima) misura di fiscalizzazione degli oneri a carico delle imprese si trasformerà in un’alterazione del funzionamento del primo pilastro previdenziale.
Tali problemi di sostenibilità finanziaria pongono le premesse per una futura caduta delle pensioni pubbliche e per il trasferimento alla previdenza complementare di compiti oggi svolti da quella obbligatoria. Ciò trova, del resto, conferma nelle profonde revisioni previste nella delega quanto al secondo problema sopra enunciato. Al riguardo, non è chiaro se la delega ‘obblighi’ i lavoratori dipendenti a versare i nuovi flussi di Tfr ai Fondi pensione o se si limiti a liberalizzare la scelta fra i diversi strumenti previdenziali (Fondi pensione contrattuali, aperti, Fip), rimuovendo il vincolo di destinazione del Tfr alle sole forme di adesione collettiva. Al di là dei delicati problemi di libertà individuale posti dalla prima alternativa, l’adesione alla previdenza complementare porta così a una maggior assunzione di rischio che, nel nostro sistema, pesa per intero sui lavoratori. In altre realtà europee, l’obbligatorietà si è infatti associata all’offerta di pensioni complementari garantite (schemi a beneficio definito) o – almeno – a investimenti finanziari con rendimenti minimi garantiti o senza possibilità di perdite nominali. Per ragioni normative e di merito, tali esperienze non sono agevolmente trasferibili nel sistema italiano; ciò non elimina però la necessità di fornire ai nostri lavoratori dipendenti qualche garanzia rispetto al maggior rischio.
Lo schema di delega trascura completamente questo problema. Sembra quasi che il suo solo obiettivo sia quello di potenziare il carattere finanziario dei Fondi pensione, trascurando il loro specifico ruolo previdenziale. Il che conferma un inquietante sospetto, suscitato dalla recente modifica della legge sulle fondazioni e da ripetute considerazioni del Ministro dell’Economia sul futuro dei Fondi pensione: la volontà governativa di vincolare le scelte di investimento delle fondazioni e dei Fondi per finanziare le opere pubbliche o altre iniziative statali.
E’ quasi inutile sottolineare che ogni dirigismo nelle scelte di investimento finanziario porta al ‘fallimento’ del mercato e, di conseguenza, dilata i rischi e deprime i tassi di rendimento degli attori coinvolti. E’ invece interessante legare quanto appena detto all’ultimo problema qui in esame, ossia al terzo problema, relativo all’eterogeneità degli strumenti di previdenza complementare e all’esigenza di accrescere la concorrenza di mercato. Si è già detto che, al di là del fatto che vi sia o meno l’obbligo di trasferire il Tfr al pilastro complementare, lo schema di delega attribuisce al singolo lavoratore dipendente la libertà di scegliere fra i vari strumenti previdenziali; e, solo nel caso di mancato esercizio di tale scelta, prevede l’attribuzione del Tfr a forme previdenziali collettive. Assicurare la portabilità del Tfr ai piani individuali non basta però per fare sì che i Fondi pensione contrattuali, i Fondi aperti e i Fip diventino perfetti sostituti. Occorre anche rendere trasparenti e regolamentare, in termini di garanzia e di finanziamento, le differenze tra le forme pensionistiche collettive e individuali. Sarebbe, per esempio, necessario rendere omogenee le voci di finanziamento diverse dal Tfr; ma la contribuzione paritetica tra lavoratore e datore di lavoro è obbligatoria solo nelle forme collettive e il ricorso alla contrattazione individuale solleva questioni complesse. Sarebbe, inoltre, necessario assicurare standard di trasparenza comuni; ma ciò impone maggiore uniformità nel rapporto con gli aderenti e nelle regole di governo societario da parte dei vari attori previdenziali. Fatto è che lo schema di delega non accenna ad alcuna di queste difficoltà.
La conclusione è che il disegno governativo contiene i germi per una revisione complessiva degli assetti del sistema pensionistico italiano ma trascura molti dei conseguenti e sostanziali problemi. Se l’iter parlamentare non colmerà tali lacune, si corrono almeno due gravi rischi in sede di decreti attuativi: (a) modificare il regime di funzionamento sia della previdenza pubblica che di quella privata, prescindendo da un’analisi dei legami fra il pilastro pubblico e quello complementare; (b) equiparare l’accesso ai vari strumenti previdenziali senza eliminare altre barriere concorrenziali, introducendo così ulteriori distorsioni nel funzionamento del mercato.