Addio Tfr nei fondi pensione; imprese, sconti sui contributi

05/07/2001

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Addio Tfr nei fondi pensione
imprese, sconti sui contributi

L’Inps: meno prestazioni, la spesa resta in linea
Il governo esclude il suo uso per legge.

5 punti in meno di oneri previdenziali per favorire le polizze

RICCARDO DE GENNARO


Roma – Un deciso stop alla riforma del Tfr. Il governo Berlusconi non ha intenzione di dare il via libera al trasferimento nei fondi pensione delle liquidazioni in via di maturazione. Lo ha fatto intendere chiaramente, ieri, il sottosegretario al Lavoro, Alberto Brambilla, che ha la delega per la previdenza: il governo è infatti convinto che «un trasferimento del Tfr nei fondi pensione – ha detto – potrebbe essere di ulteriore rallentamento a questi fondi, piuttosto che di aiuto al loro decollo». A margine della presentazione del «Rapporto 19992001» dell’Inps, Brambilla ha dichiarato esplicitamente che «in ogni caso non faremo nulla per obbligare la gente a mettere il Tfr nei fondi pensione: molti lavoratori, soprattutto i giovani, non vedono di buon occhio le operazioni sul Tfr». Per Brambilla, non c’è bisogno di alcuna riforma, perché «il Tfr – dice – è già a posto così». I nuovi assunti già stornano una quota della liquidazione ai fondi.
Sulla decisione del governo si aprirà inevitabilmente una battaglia sindacale. Cgil, Cisl e Uil hanno sempre assunto la riforma del Tfr, che garantisce una «seconda gamba» del sistema previdenziale, come pregiudiziale per la verifica delle pensioni. Verifica che, ha confermato ieri il ministro Roberto Maroni, si farà in settembre e che non sarà vincolata da eventuali misure nel Dpef. Per Maroni, la verifica «dovrà dirci se, come e quando fare una nuova riforma», ma non può essere ipotecata da scelte fatte nell’ambito del Dpef di imminente predisposizione. Il ministro anticipa, tuttavia, che il documento economicofinanziario conterrà un capitolo sul sistema previdenziale «che scriveremo noi». La prossima settimana, ha annunciato Maroni, ci saranno gli incontri con le parti sociali.
L’obiettivo del governo, ora, è la riduzione dei contributi per le imprese, non solo per ridare competitività alle imprese, ma anche per liberare risorse da impegnare nella previdenza integrativa. «La diminuzione dei contributi per rendere competitivo il costo del lavoro è un’altra sfida che abbiamo», dice Maroni. Il quale conferma che «va ridotto il prelievo sia fiscale, sia contributivo». Come? Qui rientra in campo Brambilla: «Vogliamo portare l’aliquota previdenziale nella media europea, cioè dall’attuale 33% al 2223. Un’impresa della Baviera versa il 22 per cento di contributi, mentre una del nostro Mezzogiorno ha un carico del 33%, per cui è difficile essere competitivi». Ma se il taglio di dieci punti è l’obiettivo finale, in un arco di tempo più ravvicinato «l’ipotesi è quella di ridurre 45 punti percentuali, spostandoli dal finanziamento della previdenza obbligatoria a quella integrativa. Qualcosa come 34 mila miliardi l’anno». In sostanza il tentativo è quello di rafforzare la previdenza integrativa, senza toccare le liquidazioni. Ma dove si troveranno i soldi? Questo Brambilla non l’ha ancora detto.

Nell’ambito della presentazione dei dati del bilancio Inps, ieri il presidente Massimo Paci ha fornito, tra gli altri, due dati che potrebbero essere utili in occasione della verifica delle pensioni. Il primo dice che «da dieci anni la spesa pensionistica sul Pil è stabile». Il secondo parla di «una riduzione di quasi 200mila del numero di pensionati nel 2000». Per la prima volta da molti anni, poi, il bilancio dell’Inps ha chiuso con un avanzo, che è stato pari a 152 miliardi ed è frutto, in particolare, «della lotta al lavoro nero che ha portato a individuare 1.500 miliardi di contributi evasi, nonché dell’incremento delle entrate contributive del 3,8 per cento».